sabato 29 maggio 2010

Uno scambio con Eco

Eccovi lo scambio avuto con Eco sul sito dell'Espresso - tutto ha origine dalla sua Bustina del 14 maggio -, raccolto nella sua interezza (almeno per ora). Buona lettura...
Boicottiamo i latinisti israeliani?
di Umberto Eco
Non sono d'accordo con il mio amico Gianni Vattimo che ha firmato l'appello secondo cui "gli accademici e intellettuali israeliani hanno svolto e svolgono un ruolo di sostegno dei loro governi"

Nel gennaio 2003 in una Bustina mi rammaricavo che la rivista inglese "The Translator", diretta da Mona Baker, stimata curatrice di una Encyclopedia of Translation Studies avesse deciso (per protestare contro la politica di Sharon) di boicottare le istituzioni universitarie israeliane, e pertanto aveva chiesto a due studiosi israeliani, che facevano parte del comitato direttivo della rivista, di dare le dimissioni. Per inciso i due studiosi erano notoriamente in polemica con la politica del loro governo, ma la cosa a Mona Frank non faceva né caldo né freddo.
Osservavo che occorre distinguere tra la politica di un governo (o addirittura tra la costituzione di uno Stato) e i fermenti culturali che agitano un certo paese. Implicitamente rilevavo che considerare tutti i cittadini di un paese responsabili della politica del loro governo era una forma di razzismo. Tra chi si comporta così e chi afferma che, siccome alcuni palestinesi commettono attentati terroristici, bisogna bombardare tutti i palestinesi, non c'è alcuna differenza.
Ora è stato presentato a Torino un manifesto della Italian Campaign for the Academic & Cultural Boycott of Israel in cui, sempre per censurare la politica del governo israeliano, si sostiene che "le università, gli accademici e gli intellettuali israeliani, nella quasi totalità, hanno svolto e svolgono un ruolo di sostegno dei loro governi e sono complici delle loro politiche. Le università israeliane sono anche i luoghi dove si realizzano alcuni dei più importanti progetti di ricerca, a fini militari, su nuove armi basate sulle nanotecnologie e su sistemi tecnologici e psicologici di controllo e oppressione della popolazione civile".
Pertanto si chiede di astenersi dalla partecipazione in ogni forma di cooperazione accademica e culturale, di collaborazione o di progetti congiunti con le istituzioni israeliane; di sostenere un boicottaggio globale delle istituzioni israeliane a livello nazionale e internazionale, inclusa la sospensione di tutte le forme di finanziamento e di sussidi a queste istituzioni. Non condivido affatto la politica del governo israeliano e ho visto con molto interesse il manifesto di moltissimi ebrei europei (JCall) contro l'espansione degli insediamenti israeliani (manifesto che, con le polemiche che ha suscitato, mostra come ci sia una accesa dialettica su questi problemi nel mondo ebraico, dentro e fuori Israele). Ma trovo mendace l'affermazione per cui "gli accademici e gli intellettuali israeliani, nella quasi totalità, hanno svolto e svolgono un ruolo di sostegno dei loro governi", perché tutti sappiamo di quanti intellettuali israeliani abbiano polemizzato e polemizzino su questi temi.
Dobbiamo astenerci di ospitare in un congresso di filosofia ogni filosofo cinese per il fatto che il governo di Pechino censura Google?Posso capire che (per uscire dall'imbarazzante argomento israeliano) se si apprende che i dipartimenti di fisica dell'università di Teheran o di Pyongyang collaborano attivamente alla costruzione della bomba atomica di quei paesi, i dipartimenti di fisica di Roma o di Oxford preferiscano interrompere ogni rapporto istituzionale con quei luoghi di ricerca. Ma non capisco perché debbano interrompersi i rapporti coi dipartimenti di storia dell'arte coreana o di letteratura persiana antica.
Vedo che ha partecipato al lancio del nuovo appello al boicottaggio il mio amico Gianni Vattimo. Ora facciamo (per assurdo!) l'ipotesi che in alcuni paesi stranieri si diffonda la voce che il governo Berlusconi attenta al sacro principio democratico della divisione dei poteri delegittimando la magistratura, e si avvale del sostegno di un partito decisamente razzista e xenofobo. Piacerebbe a Vattimo che, in polemica con questo governo, le università americane non lo invitassero più come visiting professor, e speciali comitati per la difesa del diritto provvedessero a eliminare tutte le sue pubblicazioni dalle biblioteche Usa? Io credo che griderebbe all'ingiustizia e affermerebbe che fare così è come giudicare tutti gli ebrei responsabili di deicidio solo perché il Sinedrio quel venerdì santo era di malumore.
Non è vero che tutti i rumeni sono stupratori, tutti i preti pedofili e tutti gli studiosi di Heidegger nazisti. E quindi qualsiasi posizione politica, qualsiasi polemica nei confronti di un governo, non deve coinvolgere un intero popolo e una intera cultura. E questo vale in particolare per la repubblica del sapere, dove la solidarietà tra studiosi, artisti e scrittori di tutto il mondo è sempre stato un modo per difendere, al di là di ogni frontiera, i diritti umani.
(14 maggio 2010)

In risposta alla Bustina
Sono contento che Eco non "condivida" (ci mancherebbe) la politica del governo israeliano - distinguerlo dallo stato israeliano è formalmente corretto ma storicamente vacuo: da quando esiste, lo stato di Israele ha sempre praticato una politica espansionistica e spesso genocida. Anch'io conosco intellettuali ebrei, anche israeliani, che si oppongono al loro governo, a cominciare da Chomsky, e poi Ilan Pappe, Norman Finkelstein. Ma quanti intellettuali italiani, ebrei o no, hanno preso chiare posizioni contro la strage di Gaza due anni fa? Il giorno che Berlusconi bombardasse a tappeto Nizza e la Savoia perché sono terre storicamente nostre (non c'è la tomba di Rachele, va bene; ma mito per mito...), credo che i cittadini di altri paesi avrebbero ben diritto di cercare di premere su di lui anche isolando gli accademici, gli scienziati, gli esponenti di una cultura che, per neutra che sia, è sempre una forma di reclame per il paese - stato o governo - da cui viene Eco stesso, se non sbaglio, si rifiutò tempo fa di andare in Francia a rappresentare la cultura italiana a una manifestazione promossa dal governo Berlusconi. Per lo più sono gesti simbolici, che devono far conoscere i problemi al pubblico vasto. Poi i latinisti e gli archeologi possono benissimo comunicare con teleconferenze o anche scrivendosi per posta. Può diventare più rilevante che si rallentino o interrompano lavori comuni nelle scienze dure. Ma appunto, quelli sappiamo che sono per lo più diretti a scopi militari dai quali la cultura umana, e la repubblica delle lettere a cui Eco sembra credere ancora tanto, non possono che aspettarsi ulteriori sconquassi...
Inviato da giannivattimo il 19 maggio 2010 alle 16:04

In risposta alla risposta
Caro giannivattimo, la passione è una bella cosa, ma non sempre aiuta nelluso del raziocinio. Certo, se Berlusconi bombardasse Nizza come tu dici, sarebbe poco gentile, ma perché il paragone sia meno campato in aria, bisognerebbe far sì che da Nizza fossero partiti razzi e infiltrazioni terroristiche per lungo tempo, e che a Parigi sieda un movimento che si prefigga la distruzione dellItalia e la dispersione o lo sterminio degli italiani, per non parlare di tutte quelle condizioni (presenza millenaria, diaspora, pacifiche migrazioni di ritorno) che renderebbero il quadro più coerente, anche se meno strumentale al tuo ragionamento, e che qui mancano. Quanto allaltro punto, la non-partecipazione alla manifestazione culturale, è ancora più sconcertante. Io difendo proprio il diritto dei singoli a decidere che fare caso per caso, come allora è stato possibile. Se le cose andassero secondo la tua logica, avrebbero dovuto essere i francesi a rifiutarsi di tenere quella manifestazione, prima ancora di rifiutare linvito a qualsiasi ospite italiano, benché ostile alle politiche berlusconiane. Come vedi, sono paragoni tanto grossolani che non stanno in piedi neppure transennati. Va be che sei il campione del pensiero debole, ma insomma... Quanto agli altri gioiosi commentatori, che citano à tort et à travers persino Popper pur di dire che Israele è peggio della Germania nazista, mi aspetto come minimo che siano domiciliati in Casa Pound. E che le allocuzioni contro la Sinagoga di Satana siano solo questione di minuti.
Inviato da umbertoecho il 19 maggio 2010 alle 21:48

La nuova Bustina di Eco…

Congiuntivi e pestaggi
Umberto Eco
A Vattimo non rimprovero di usare male i congiuntivi. Ma se per gli errori di qualcuno si condanna una intera categoria, o un popolo, non si farà dell'antisemitismo ma certamente si fa del razzismo

Quindici giorni fa ho protestato contro un invito al boicottaggio delle istituzioni accademiche e degli intellettuali israeliani, firmato anche dal mio amico Gianni Vattimo. Io non mettevo in questione il dissenso che si può manifestare nei confronti della politica del governo israeliano, ma dicevo che non si può sostenere, come faceva l'appello, che "gli accademici e gli intellettuali israeliani, nella quasi totalità, hanno svolto e svolgono un ruolo di sostegno dei loro governi". Tutti sappiamo quanti intellettuali israeliani polemizzino su questi temi.
Ora ricevo una cortese lettera di Vattimo e al tempo stesso altri messaggi di lettori che condividono le sue idee. Vattimo scrive: "Mi sento come uno a cui venga rimproverato l'uso improprio di un congiuntivo - capisco quanto le parole e la sintassi siano importanti per te semiotico - in una discussione sul pestaggio della Diaz... La domanda essenziale era: quanti intellettuali italiani del tuo calibro o, scusa, poco meno hanno preso pubblicamente posizione sul massacro di Gaza? E adesso quanti protestano per Chomsky fermato alla frontiera?".
Ma io a Vattimo non rimproveravo, a proposito del pestaggio alla Diaz, di usare male i congiuntivi, bensì di voler pestare per ritorsione tutti i poliziotti italiani. Idea che, immagino, dovrebbe essere respinta da ogni persona di buon senso. Se per gli errori di qualcuno si condanna una intera categoria, o addirittura un popolo, forse non si farà dell'antisemitismo ma certamente si fa del razzismo. La domanda essenziale di cui egli parla non era perché non si parla di Gaza (faccenda atroce) o dell'esecrabile proibizione di transito a Chomsky (che tra l'altro si era pronunciato contro il boicottaggio). La domanda essenziale riguardava il boicottaggio.
Tutte le lettere che ho ricevuto si sforzano di elencarmi tutti gli argomenti contro la politica del governo israeliano, dimenticando che io stesso ho detto di non condividerla. Ma il mio articolo chiedeva se, sulla base di un rifiuto della politica di un governo, si possono mettere al bando della comunità intellettuale internazionale tutti gli studiosi, gli scienziati, gli scrittori del paese dove quel governo governa. Pare che i miei obiettori non vedano alcuna differenza tra i due problemi. Per esempio Vattimo, per sottolineare che nell'idea del boicottaggio c'è dell'antisionismo ma non dell'antisemitismo, mi scrive: "Sarebbero antisemiti i tanti ebrei antisionisti che sentono la loro religiosità ebraica minacciata proprio da questa politica di potenza?". Ma è proprio questo il punto. Se si ammette, e sarebbe difficile non farlo, che ci sono tanti ebrei (anche in Israele, si badi) che rifiutano la politica di potenza del loro governo, perché allora bandire un boicottaggio globale che coinvolge anche loro?
Sono di questi giorni due brutte notizie. Una è che nelle scuole degli estremisti religiosi israeliani sono state vietate le tragedie di Sofocle, "Anna Karenina", le opere di Bashevis Singer e l'ultimo romanzo di Amos Oz. Qui non c'entra il governo, c'entrano i talebani locali, e sappiamo che ci sono dei talebani dappertutto (c'erano persino dei talebani cattolici che mettevano Machiavelli all'indice). Ma allora (seconda brutta notizia) perché i boicottatori torinesi si sono comportati da talebani quando hanno protestato perché si voleva dare il premio del Salone del Libro (come poi è stato dato) a Oz? Insomma, Amos Oz non lo vogliono a Mea Shearim (il quartiere dei fondamentalisti di Gerusalemme) e non lo vogliono a Torino (città sacra alla Sindone). Dove deve andare questo ebreo errante? Vattimo insiste nel dire che essere antisionista non è essere antisemita. Ci credo. So benissimo che quando due anni fa ha affermato che ormai era lì lì per credere ai "Protocolli dei savi di Sion" aveva solo voluto fare una di quelle battute provocatorie in cui eccelle - perché nessuna persona sensata e di buoni studi può leggere i "Protocolli" e ritenere che quell'insieme di autodenunce che si contraddicono tra loro sia opera autentica (e che i Savi Anziani di Sion fossero così coglioni). Ma Vattimo si sarà accorto che su Internet, accanto ai siti dove si condanna la sua uscita, ve ne sono moltissimi che invece ci gongolano. Ogni battuta estremistica rischia sempre di stimolare il consenso dei dissennati.
Ma Vattimo (e come lo capisco) alle battute non sa rinunciare, e conclude: "Ahmadinejad come minaccia di distruzione di Israele? Ma qualcuno ci crede davvero?". Beh, sarò un sentimentale, ma a me un tizio che vuole fare sparire una nazione dalla faccia del mondo un poco di paura la fa. Per le stesse ragioni per cui mi preoccupo per l'avvenire dei palestinesi.
(27 maggio 2010)

In risposta alla Bustina (2)
Sono consapevole che la lettera che avevo scritto, e mandato personalmente, a Eco e che speravo uscisse sull'Espresso non è stata pubblicata per una serie di equivoci "tecnici" di cui sono io responsabile (e non il Mossad!). Mi dispiace dunque che i lettori dell'Espresso cartaceo (io sono uno di loro!) non l'abbiano potuta leggere, con la conseguenza che quest’ultima risposta di Eco (la Bustina di questo numero) riuscirà loro perlomeno parziale. Cercherò, con le mie deboli capacità informatiche, di postare la lettera sull'Espresso elettronico (nonché sul mio blog, http://giannivattimo.blogspot.com/, dove comparirà a breve – spero – tutto il carteggio), in modo che almeno se ne possa avere contezza post-factum e scriptum. Ma vorrei che i lettori cartacei sapessero almeno che Eco legge in modo alquanto frettoloso ciò che Chomsky dice sul boicottaggio: come si vede dall'intervista a Haaretz (leggibile in inglese sul sito apposito), Chomsky dice che gli sembra inutile boicottare Israele e che bisognerebbe piuttosto boicottare gli Usa. Una piccola aggiunta ala Bustina non farebbe male! Gianni Vattimo

Ecco la lettera.

Caro Umberto…
Caro Umberto, la tua ultima risposta sull’Espresso mi lascia molto perplesso – lo dico solo per amore della rima. Mi sento come uno a cui venga rimproverato l’uso improprio di un congiuntivo – capisco quanto le parole e la sintassi siano importanti per te semiotico – in una discussione sul pestaggio della Diaz. Ho sbagliato io a fare quelle ipotesi grottesche sul bombardamento di Nizza, ma sbagli ancora di più tu ad attaccartici. La domanda essenziale era: quanti intellettuali italiani del tuo calibro o, scusa, poco meno hanno preso pubblicamente posizione sul massacro di Gaza? E adesso quanti protestano per Chomsky fermato alla frontiera? Anche la tua (amichevole, grazie) reazione alla mia partecipazione al boicottaggio mi sembra un segno del fatto che ci sono nella cultura italiana – molto più che in quella di altri paesi, come la Gran Bretagna, la Francia (vedi le posizioni di Morin, per esempio), persino degli Stati Uniti (Judith Butler, Chomsky...) – dei paletti invalicabili dalle persone “raziocinanti” (dal cui novero tu mi escludi proprio per questo, anche a parte il pensiero debole), più o meno come quelli che impediscono di dubitare del famoso buco nel muro del Pentagono attraverso cui avrebbe dovuto passare, l’11 settembre, un grosso aereo passeggeri. Non se ne discute, è irragionevole. Ma davvero?
I miei amici della campagna per il boicottaggio hanno preparato un volantino, anch’esso amichevole, che intendono distribuire in occasione di una tua visita ad Alessandria, salvo errori, il 20 maggio. Ti si ricordano tanti aspetti del problema che tu sembri ignorare,o metti tra parentesi, precipitando sempre (vedi il finale del tuo pezzo) sull’accusa di antisemitismo, casa Pound, ecc. Israele da quando esiste non ha cessato neanche un giorno di espandersi con le armi a spese della Palestina, ignorando tutte le delibere dell’Onu (dalla quale pure dipende la sua stessa nascita come stato). Ha usato e usa armi messe al bando dalle convenzioni internazionali, armi che non ha comprato fatte, ma che ha messo a punto con l’attiva collaborazione dei suoi scienziati e delle sue università. Ha sempre risposto ai razzi dei palestinesi con vere e proprie stragi di rappresaglia, abbattendo interi quartieri delle città da cui i razzi provenivano (hai mai considerato la proporzione tra i morti israeliani e quelli palestinesi in questi anni? Molto peggio che la decimazione nazista delle Ardeatine). Ha fatto proposte “di pace” provocatoriamente assurde (pensa alla divisione territoriale che prevedrebbe uno stato palestinese “a fette”, con posti di blocco continui e ora il Muro). A Gaza, sta cercando di risolvere a modo suo il problema palestinese con un vero e proprio genocidio, chiudendo le vie di rifornimento di cibi, medicine, acqua potabile, e bloccando le possibilità di lavoro, a cominciare dalla pesca. Il ritornello dei due popoli e due stati va avanti da decenni senza alcuna possibilità di realizzarsi, aiutando a prender tempo in vista di uno sterminio sempre più evidente.
Parliamo di raziocinio? C’è del raziocinio nell’accusare di antisemitismo (a casa Pound, a casa Pound!) chiunque si lasci commuovere da questi fatti? Sarebbero antisemiti i tanti ebrei antisionisti che sentono la loro religiosità ebraica minacciata proprio da questa politica di potenza? Mi sembra sempre più verosimile che si sentano come si sentono oggi tanti cattolici, i quali sono tentati di non credere più in Gesù Cristo se non sparisce il Vaticano. Ahmadinejad come minaccia di distruzione di Israele? Ma qualcuno ci crede davvero? Dov’è il rischio di una ripetizione dell’Olocausto?
Nessuno di noi antisionisti (uguale antisemiti, Napolitano dixit) si sogna di dar retta ai negazionisti. Ma il rispetto per la memoria dei morti di Auschwitz non dovrebbe imporre proprio a Israele di non utilizzare il loro martirio per giustificare una politica genocida che, quando non ha altre motivazioni ancora meno nobili, sembra ormai solo ispirata a un (biblico?) bisogno di vendetta? Gianni Vattimo


venerdì 28 maggio 2010

Per Cuba

Per Cuba
Senza discutere sulla buona fede degli intellettuali italiani che hanno di recente preso posizione pubblica contro il governo cubano a seguito della tragica morte in carcere di Orlando Tamayo Zapata, parlando – ma sempre sulla base delle informazioni USA – di “prigionieri politici e di coscienza” nelle galere di Cuba, noi desideriamo ricordare alla pubblica opinione italiana, succube di una stampa “indipendente” da sempre nemica della rivoluzione castrista, che questa rivoluzione continua a essere un punto di riferimento e una potente ispirazione per tutte le forze che, sempre più numerose non solo in America Latina, si battono per un mondo senza sfruttamento, senza guerra e senza violenza. La morte di Zapata, che il governo cubano ha pubblicamente ricordato con dolore e senso di solidarietà, mentre si attende ancora che il governo italiano faccia qualche gesto analogo per la morte di Stefano Cucchi e il suicidio di decine di carcerati delle nostre democratiche prigioni, è stata occasione per una campagna di sfacciata denigrazione “democratica” della rivoluzione cubana. Non importa che Zapata fosse anzitutto detenuto per svariati reati comuni e solo di recente avesse inteso dare alla propria contestazione della vita carceraria (compresa la richiesta di disporre di una cucina e di un telefono privato in cella) una precisa connotazione politica. Non importa che anche pubblici documenti di Amnesty International diano atto che a Cuba non è mai stato torturato nessuno (eccetto che nella base americana di Guantanamo) e non si sono mai praticate quelle esecuzioni extragiudiziali per cui si è reso tristemente famoso il “democratico” Stato di Israele. Non importa, infine, che in un recente processo in Florida sia stato accertato che un vecchio e riconosciuto terrorista come Santiago Alvarez sia stato tra i finanziatori costanti delle Damas de blanco: anche loro certamente in buona fede, ma altrettanto certamente utilizzate dalla CIA per le sue manovre – che durano da cinquant’anni con una serie impressionante di attentati – per rovesciare il democratico governo di Cuba.
Noi sappiamo che a Cuba, come ha ricordato Fidel Castro, l’assistenza sanitaria per tutti è legge da decenni, mentre Obama fatica a farla accettare dal Congresso USA; sappiamo che medici, maestri, professori cubani operano al servizio di tutti i poveri dell’America Latina (con uno dei migliori ospedali oftalmici del mondo a disposizione gratuita di chi ne ha bisogno), che l’istruzione è libera e gratuita per tutti nell’isola; e che le restrizioni a cui ancora oggi il popolo cubano è soggetto (in termini di disponibilità di merci, di denaro convertibile, ecc.) sono solo conseguenza del feroce e immotivato embargo a cui l’isola è sottoposta da parte degli Usa e di pochi loro alleati. Siamo scandalizzati, ma non sorpresi, del cinismo con cui i media, soprattutto italiani e spagnoli, hanno utilizzato la morte di Orlando Zapata, per la quale esprimiamo ancora una volta il nostro sincero dolore. Sperando che la sua storia e l’uso che se ne è fatto da parte anche di giornalisti e politici italiani servano non tanto alla “liberazione” dei pretesi “prigionieri politici” di Cuba, ma ad aprire finalmente gli occhi dell’opinione pubblica sulla spregiudicatezza della propaganda di un imperialismo internazionale che, lo speriamo, ha ormai i giorni contati. Su queste idee chiediamo un pronunciamento dal mondo dell’intellettualità, dell’arte e dello spettacolo…

Gianni Vattimo, filosofo, Università di Torino, europarlamentare
Margherita Hack, astronoma
Francesco Baccini, cantautore
Domenico Losurdo, storico e filosofo, Università di Urbino
Danilo Zolo, giurista e filosofo, Università di Trieste
Angelo D’Orsi, storico, Università di Torino
Massimiliano Marotta, storico e giurista, Istituto di Studi Filosofici di Napoli
Pier Aldo Rovatti, filosofo, Università di Trieste
Gianni Minà, giornalista
Marco Rizzo, giornalista, già europarlamentare
Luciano Vasapollo, docente di statistica, Università di Roma
Aldo Bernardini, docente di diritto internazionale, Università di Teramo
Ivan Cicconi, economista
Maria Fierro, giurista
Alfonso Galdi, giurista
Silvia Giorcelli, storica, Università di Torino
Cristiano Lucarelli, calciatore
Andrea Mingardi, cantautore
Red Ronnie, musicologo
Paolo Amati, docente di biologia, Università La Sapienza
Roberto Battiglia, rivista “Nuestra America”
Sergio Cararo, giornalista
Alessandra Piattini, docente di antropologia religiosa, Università la Sapienza
Gilberto Forneris, docente della facoltà di medicina veterinaria, Università di Torino
Stefano Garroni, ricercatore CNR
José Luis Gotor, docente di lingua e letteratura spagnola, Università di Tor Vergata
Luisa Anna Ieradi, Istituto Studi Ecosistemi del CNR
Franco Lucchese, docente di psicologia, Università La Sapienza
Simonetta Lux, docente di Storia dell’arte contemporanea, Università La Sapienza
Rita Martufi, Dir. Centro Studi Cestes-Proteo
Grazia Orsati, Dir. rivista “Nuestra America”
Francesco Punzo, docente di farmacia, Università di Catania
Luigi Punzo, docente dell’Università di Cassino
Alessandra Riccio, condirettrice rivista “Latinoamerica”
Marina Rossi, avvocato
Franca Ruggieri, docente di letteratura inglese, Università di Roma Tre
Marco Santopadre, giornalista
Domenico Vasapollo, Dir. “Natura Avventura”
Federica Vasapollo, studentessa, Università la SapienzaViviana Vasapollo, Archeologa
Giovanni Barbieri, giornalista
Paolo Federici, Associazione “Italia Cuba”
Antonio D’Angelo, architetto
Loredana Macchietti, editore rivista “Latinoamerica”
Alessandro Perrone, consigliere della Provincia di Gorizia
Annalisa Melandri, blogger
Franca Pesce, insegnante d’italiano presso il penale di Castro Castro in Perú
Alessandra Riccio, Dir. rivista “Latinoamerica”
Filippo Cannizzo, Fondazione Ugo Spirito
Marco Papacci, Associazione “Italia Cuba”
Violetta Nobili, redazione rivista “Nuestra America”
Federico Castelli, artista
Maurizio Carboneschi, segretario Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba
Primo Soravia, Associazione “Italia Cuba”
Robert Pieder Thum
Donata Zurlo
Roberta Antonacci

Roma 17 maggio 2010
Per adesioni o informazioni : appellopercuba@libero.it

lunedì 24 maggio 2010

Introduzione all'estetica


Introduzione all'estetica

Pagine: 92
Prezzo: € 10,00
Anno: 2010
ISBN: 9788846725837
Formato: cm.12x19
Disponibilità:
Autore: Gianni Vattimo
A cura: Leonardo Amoroso
Questo scritto, esemplare per chiarezza ed efficacia, ripercorre la storia dell'estetica dai Greci al Novecento, argomentando infine che il senso ultimo dell'estetica può essere paradossalmente indicato nel mettere in questione in modo sempre più radicale il suo oggetto: l'arte. Dopo l'"estetica metafisica" e l'"estetica scientifica" si profila così un'"estetica critica" che è solidale sia alla ricerca artistica delle avanguardie sia ai tentativi filosofici di un oltrepassamento della metafisica.

Gianni Vattimo è il filosofo italiano probabilmente più noto a livello internazionale. Ha ripensato l'estetica in stretta connessione con l'ontologia ermeneutica e sviluppato poi quest'ultima nel senso di un "pensiero debole" che comporta anche rilevantissime implicazioni politiche e religiose.

(qui troverete indice, prefazione e postfazione in pdf)

"L'altra rivoluzione", Speciale TG1

Speciale TG1
Settimanale di approfondimento a cura della redazione Speciali del Tg1. Conduce Monica Maggioni.
In onda: domenica su RaiUno, ore 23.25
Puntata del 23 maggio 2010
“L'altra rivoluzione”
Conduce Monica Maggioni
Una toupe di Speciale Tg1 l’inchiesta è entrata a Cuba, senza permessi, per incontrare chi vive sull’isola e ascoltare i dissidenti. Una sfida ai controlli asfissianti per superare i divieti e raccontare senza filtri cosa è oggi la rivoluzione cubana e come si vive all’Avana. La storia di chi fra mille difficoltà lancia messaggi a tutto il mondo attraverso internet. “l’altra rivoluzione” a Speciale Tg1 l’inchiesta. In studio con Monica Maggioni il filosofo Gianni Vattimo, lo scrittore cubano e dissidente Carlos Carralero, lo scrittore Gordiano Lupi e il giornalista Gianni Perrelli.
Guarda il video

mercoledì 19 maggio 2010

La Torinesità, un valore forse perduto da opporre alla "Milano da bere"

LA TORINESITÀ
Vattimo: un valore forse perdutoda opporre alla "Milano da bere"
Incarna la città cresciuta sui valori dell'azionismo, della solidarietà, del movimento operaio prima e della Resistenza poi: ma esiste ancora? Alla scoperta di un sostantivo tornato in auge ma difficile da interpretare nel significato
di VERA SCHIAVAZZI
Repubblica Torino, 18 maggio 2010

"Io la definisco attraverso il suo contrario: torinesità è l'opposto della 'Milano da bere', è la città cresciuta sui valori dell'azionismo, della solidarietà e del movimento operaio prima, poi su quelli della Resistenza. Insomma, quella di don Bosco, di Gobetti e di Gramsci. Ma esiste ancora? Un poco ne dubito". Gianni Vattimo prova a scherzarci su, poi torna serio: "La torinesità sono i punti percentuali di vantaggio che in città il centrosinistra mantiene ancora sul centrodestra. La sua fine sarebbe il ribaltarsi di questa situazione, come è già successo in Regione".
Vattimo, ha senso chiedere che il presidente di una grande banca rappresenti una città?
"Non credo. Conosco Siniscalco, lo ritengo una persona rispettabile, non penso però che chi come lui siede nel board di grandi banche abbia a cuore i torinesi piuttosto che i milanesi. Il denaro non ha cittadinanza. E fin dagli inizi della fusione tra Intesa e Sanpaolo si è capito con chiarezza che questa operazione avrebbe forse giovato agli utili della banca, non certo ai suoi correntisti".
La vicenda delle nomine, però, ha messo in luce la debolezza della politica. E qualcuno dice che è finita un'epoca, quella iniziata con Castellani sindaco...
"E' vero, è finita. Io voterei di nuovo per Chiamparino, nel complesso il bilancio è positivo, ma la sua scommessa su una città diversa, con un destino autonomo da quello della Fiat, non è stata coronata dal successo. Si è fatto di tutto per incoraggiare nuove forme di economia, ma la verità è che le grandi multinazionali tendono ad andarsene. Così, il sindaco non aveva alternative a quella di puntare sui grandi eventi. La torinesità però non se ne avvantaggia...".
In che senso? Si annacqua?
"Chiunque vada a fare due passi in centro può capirlo da sé. L'idea di puntare sulla cultura e sul turismo viene sostenuta ormai da anni, io stesso ho dedicato al tema decine di riunioni iniziando con Cesare Annibaldi e col povero Rivetti. Ma il successo degli 'eventì è inversamente proporzionale a quello spirito della città che si voleva rilanciare, e in un certo senso viola la torinesità di cui si parla. Non so neppure io se mi sento ancora 'torinesè o no, pur avendo mamma valsusina e papà calabrese...".
Era meglio per Torino restare in disparte?
"Era meglio e potrebbe esserlo ancora non puntare soltanto sulla qualità. Le città non si possono 'rilanciarè all'infinito, a un certo punto occorre ammettere l'idea che anch'esse invecchiano, come i loro abitanti, e che occorre dunque puntare non tanto sulla crescita quanto sulla qualità. A cominciare dai servizi per chi ci vive. Quando lo dissi la prima volta venni accusato di snobbare la classe operaia. In realtà non la snobbo affatto, anzi ne sento la mancanza proprio perché è la radice della cultura di Torino. Diciamo che gli operai ci sono ancora ma contano meno, la loro voce non ha il peso giusto. E che una visione del futuro di Torino in termini di lotta di classe non andrebbe molto lontano, come dimostra anche il fatto che Mirafiori ormai si è ridotta in una misura che soltanto vent'anni fa ci avrebbe spinto alla disperazione".
Resta la peculiarità del carattere: è ancora vero che i torinesi sono educati e contegnosi?
"Non mi pare. Ho fatto un gestaccio a un tizio che mi aveva tagliato la strada, è sceso dall'auto gridando in piemontese e voleva picchiarmi. Credo ai valori culturali legati a questa città più che alle sue caratteristiche 'etniche'. E non credo che la cultura torinese possa sorreggersi o rilanciarsi sulla base del numero di visitatori o pellegrini che attira: provo un brivido freddo se penso che Torino sia sinonimo di Sindone, senza nulla togliere a chi la adora, o anche di Museo Egizio".
Insomma, non vede torinesità nel suo futuro...
"Continuano a piacermi le stesse cose, camminare in piazza Carignano, andare a piedi fino al Cimitero, constatando così che anche i quartieri lungo la Dora oggi sono bellissimi. Solo, non credo che si debba puntare sulla competizione, sui numeri, sulla gara con altre città. C'è più forza nell'idea leghista di 'prendersi le banché - riaffermando la politica più di una singola città - che nell'ansia di attirare 'eventì sempre più affollati. Se facciamo così, avremo sempre nostalgia di noi stessi".

martedì 18 maggio 2010

Una strana coppia sotto il grattacielo

Una strana coppia sotto il grattacielo
Il filosofo Vattimo scomoda Nietzsche: «Messner è l’Oltreuomo»
LETIZIA TORTELLO
La Stampa, Torino

In uno scorcio verticale, ritagliato tra i colorati palazzoni accanto al nuovo grattacielo Lancia di Borgo San Paolo, Reinhold Messner osserva le montagne. È disponibile con i molti appassionati di montagna e non, che gli chiedono l’autografo. Ma lo sguardo va lontano al «triangolo» del Monviso. E già gli verrebbe voglia di scalarlo.
Il grande alpinista altoatesino, primo al mondo ad aver scalato senza bombole d’ossigeno i quattordici 8 mila metri della Terra, è stato ospite ieri del Salone Off alla Circoscrizione 3 per presentare il suo ultimo libro. Il più difficile e toccante insieme: «Razzo rosso sul Nanga Parbat». Quel titolo che già quaranta anni fa era pronto per essere pubblicato. Racconto del tragico evento che cambiò la sua vita: la morte del fratello Günther sulla «Montagna nuda», il Nanga Parbat, che gli sherpa himalayani chiamano la «montagna mangiauomini». L’aveva scritto d’impulso, allora, per testimoniare la sua verità. Ma fu ritirato dalle stampe, per il divieto del capo della spedizione di fare chiarezza sulla tragedia. Günther Messner fu travolto da una valanga e morì: seguirono accuse a Reinhold Messner «reo» di aver abbandonato il fratello alla ricerca dell’eccezionale impresa. Il ritrovamento della salma di Günther, nell’agosto 2005, esattamente nel luogo indicato da Reinhold, ormai giunti alla salvezza, dissipò ogni calunnia. Insieme a lui, al parcheggio dell’Ipermercato Bennet - animato da un pubblico di famiglie, bimbi in bicicletta e anche molti anziani - c’era Gianni Vattimo. Scalatore, ma delle vette del pensiero.
Non passa molto tempo e il filosofo torinese sveste i panni del pensatore per indossare quelli dell’alpinista, ora che in libreria, a giugno, uscirà per Vivalda Editore «Magnificat», la sua esperienza giovanile di uomo di montagna. Chi avrebbe mai pensato a un Vattimo scalatore del Cervino? Eppure sì, passava le domeniche ad arrampicare con i ragazzi dell’Azione Cattolica. L’alpinista e il filosofo beffano tutti e si ritrovano a parlare l’uno della passione dell’altro. Il discorso, moderato da Battista Gardoncini, prende il via dalla montagna. Ma presto si allarga alle passioni che essi hanno in comune: «Ci conosciamo da cinque anni - commenta Messner, mentre stringe la mano di Vattimo -. Io sono stato, lui è ancora, europarlamentare. Siamo innamorati della natura, regno del sublime, come diceva Kant». E il filosofo ribatte, senza lasciare indietro le lusinghe: «Ho studiato abbastanza Nietzsche per dire che Messner è l’Oltreuomo, una pietra miliare, ha fatto tutto ciò che io avrei sempre voluto fare. Mi sono commosso così solo quando ho incontrato Fidel Castro a Cuba».
Nei bilanci delle loro vite, sono ancora molte le vette che i due vorrebbero scalare. «La montagna più importante è quella che salirò domani», ammette Messner. La sua prossima sfida? «Dal 2012 sarò produttore cinematografico, mi troverò un regista che faccia al caso mio per raccontare la natura». Certo dovrà essere ben allenato.

domenica 16 maggio 2010

Maschi si diventa

Maschi si diventa
L'espresso, 14 maggio 2010

Perché mai, come diceva Simone de Beauvoir, un uomo non si metterebbe mai a scrivere un libro sulla situazione particolare di essere un maschio? Da una domanda come questa muove Franco La Cecla, professore in varie università europee e statunitensi, nel proporre una antropologia del maschio ("Modi bruschi", Eleuthera, euro 13, pp. 128). Maschi, e femmine, in senso proprio non si nasce, ma si diventa. Eppure per molto tempo, nella cultura occidentale, questo non è parso un tema di studio, mentre lo è stato, come si sa, la condizione femminile: le donne hanno per prime preso coscienza della storicità della loro condizione, mentre i maschi hanno a lungo goduto, si fa per dire, della identificazione tra "vir" e "homo": l'humanitas era "ovviamente" un affare al maschile. Perché non sia più così non è solo risultato della rivoluzione sessuale, dei movimenti di liberazione, femminile, gay, ecc. Anzi, questi ultimi sono solo l'aspetto più recente della omologazione moderno-capitalistica di donne e uomini distinti solo dagli attributi genitali, mentre prima si integravano in rapporti sociali ricchi di connotazioni affettive non esclusivamente genitali.
Nella riduzione alla genitalità, è soprattutto il maschio che va in crisi perché da sempre la sua virilità deve formarsi attraverso un laborioso distacco dalla madre e dal connesso pericolo della effeminatezza (acquistando i modi bruschi del titolo), nella costante ansia della prestazione sessuale.
La Cecla, come lo stesso Marx, prova una legittima nostalgia per la comunità precapitalistica dove si poteva diventare veri maschi e vere donne senza ridursi a pura identità sessuale. E dove, come dice Foucault, non si era ancora inventata la categoria psichiatrico-poliziesca della omosessualità, perché era ancora viva la pratica dell'amicizia, non solo virile.
Gianni Vattimo

Così parlò Eugenio

Così parlò Eugenio

La nuova fatica di Scalfari, tra i lumi di Diderot e il “pensiero danzante” di Zarathustra
La Stampa, 14 maggio 2010

Non sarà che Einaudi ha deciso di pubblicare l’ultimo libro di Eugenio Scalfari (Per l’alto mare aperto. La modernità e il pensiero danzante, pp. 286, e19,50) in questo periodo che è già la vigilia degli esami di maturità, come un testo da raccomandare per una sorta di «ripasso» generale sulla storia della nostra cultura? Può sembrare una malignità, ma credo che, se si accentua piuttosto il termine maturità che l’idea scolastica di esame, l’autore non dovrebbe risentirsi di questa ipotesi. Soprattutto perché il libro ha un chiaro, anche se non esplicito, intento pedagogico. Scalfari stesso confessa di averlo scritto per un’intima necessità di testimoniare, che è appunto una sorta di volontà pedagogica più che una semplice esigenza di mettere ordine nelle proprie idee e nella propria storia. Dunque si tratta di una sorta di autobiografia della modernità attraverso le esperienze, soprattutto di lettura, di un interprete abbastanza eccezionale sia per il peso che ha nella nostra cultura e nella politica oggi; sia per la ricchezza, complessità e densità, diciamo pure esemplarità, dell’itinerario intellettuale che si rispecchia nelle pagine del libro. Un itinerario al quale anche un vecchio professionista della storia delle idee non può che guardare con ammirazione e persino invidia: quanti dei testi e degli autori che Scalfari rivisita con acume e originalità, non senza aver presente e utilizzare la cosiddetta letteratura secondaria su molti di essi, io ho letto poco e magari dimenticato, mentre lui li vive come interlocutori di un dialogo appassionato e, anche, appassionante? È questo il bello e anche il limite - a mio parere - del libro, la ragione del misto di ammirazione e (sia pur relativa) estraneità che la lettura suscita. Estraneità: c’è ancora una traccia di ingenuità «moderna» nella convinzione di poter costruire collegamenti e sintesi tra i tanti scrittori che spesso sono tenuti insieme solo dalla vicenda personale dell’autore che li rivisita. Anche se, e qui si può parlare di ammirazione, la ricostruzione non ha affatto la pretesa di offrire un quadro unitario del suo tema, e anzi se un senso ha il percorso di Scalfari è proprio quello di accompagnare la modernità alla sua fine prendendo atto della sua progressiva esplosione e irriducibilità a un senso unitario. Il personaggio che chiude il percorso non a caso è lo Zarathustra di Nietzsche - la cui eco risuona anche nel sottotitolo del libro che allude al «pensiero danzante» del profeta nietzschiano. Se poi si pensa che all’altro estremo del viaggio, all’inizio, c’è Denis Diderot, sarebbe anche facile riassumere il libro come una storia del fallimento dell’Illuminismo. Un sommario che Scalfari probabilmente non condividerebbe; o che almeno considererebbe solo la descrizione di un destino cinico e baro di cui il razionalismo illuministico non può considerarsi colpevole ma solo vittima. Del resto anche chi si professa molto meno illuminista di Scalfari deve riconoscere che se un fallimento dell’Illuminismo c’è stato, la cultura che via via lo ha dissolto e reso inattuale ha proprio lì le sue radici.

La «morte di Dio» di cui parla Nietzsche - ma se per questo anche la fine del capitalismo per mano degli assassini che esso stesso si è cresciuti, come dice Marx - avviene per una sorta di logica interna: Dio muore perché i suoi fedeli applicano fino in fondo il suo precetto di non mentire; e oggi che la credenza in Dio ha permesso di costruire una società più (relativamente) sicura della foresta primitiva, la divinità è ormai una menzogna non più necessaria. Anche Nietzsche, a cui Scalfari si richiama continuamente (dandone peraltro una lettura alquanto convenzionale, benché simpatetica) ha oscillato tra ammirazione per Voltaire e aperta professione di irrazionalismo. Ma, per tornare alla maturità, sia come valore sia come esame, la ricostruzione della modernità che il libro offre, sebbene riprenda in molti aspetti l’immagine canonica che tutti più o meno condividiamo, è spesso irta di punte originali capaci di mettere in difficoltà i maturandi che volessero ispirarvisi per il loro tema di esame. A parte qualche espressione linguisticamente inusuale che potrebbe fare imbizzarrire un commissario pignolo (abituato a dire la, e non il, Romantik, per il romanticismo), non pochi degli autori collocati in posizione centrale da Scalfari - pensiamo a Chateaubriand (letto attraverso Sainte-Beuve e Marc Fumaroli), a Rilke, meno a Tocqueville - sono abbastanza estranei alla nostra cultura corrente. E anche le interpretazioni di autori più familiari a questa cultura, da Cartesio a Kant a Hegel, sono più originali di quanto anche un dignitoso sommario di storia della filosofia sia solito offrire. Va tutto a merito dell’autore, ovviamente.

Il cui filo conduttore, anche se non serve a costruire un «sistema della modernità», è quello che si esprime nel titolo «storia di un’anima» che egli applica al Malte Laurids Brigge di Rilke (e che però è anche, curiosamente, il titolo della quasi contemporanea autobiografia di Santa Teresa di Lisieux ). La modernità è in fondo la storia dell’io e della sua insostenibile leggerezza, si potrebbe dire. O ancor più della sua irriducibile molteplicità: non un io diviso, come forse preferirebbe dire Nietzsche, ma un io cassa di risonanza delle mille voci che ne fanno il tormento e le ricchezza.

GIANNI VATTIMO

Ecce Comu

Una puntata di Fahrenheit, 20 luglio 2007, con la presentazione del mio "Ecce Comu". A voi.

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-b6b4924e-1201-4253-9a96-c6812f8ba510.html


Sul boicottaggio di Israele

Rassegna stampa sul tema.

Salone libro: polemiche per premio a Oz
Parte da Torino nuova campagna boicottaggio culturale a Israele (ANSA) - TORINO, 7 MAG - Ancora una volta il Salone del Libro è al centro delle polemiche mosse dagli intellettuali universitari, come il filosofo Vattimo. Nel 2008 le polemiche scoppiarono quando Israele fu il paese ospite. Ora è la nomina, tra i 3 finalisti del nuovo Premio Salone Internazionale del Libro, dello scrittore israeliano Amos Oz. Scrittore, secondo l'associazione pacifista ISM, vicino al potere e mirato ad avvallarne le politiche violente e razziste nei riguardi di tutto ciò che non è ebreo.

Salone del Libro: boicottare Israele
Vattimo ci riprova
Il Giornale, 8 maggio 2010
Ancora una volta il Salone del Libro, dopo le polemiche del 2008, quando Israele fu il paese ospite, è al centro degli attacchi di intellettuali, come il filosofo Gianni Vattimo, che si riconoscono nell’Ism (International Solidarity Movement Palestinese) e nella sua campagna di boicottaggio culturale di Israele. In particolare è nel mirino dell’Ism la nomina, tra i tre finalisti del nuovo Premio Salone Internazionale del Libro, dello scrittore israeliano Amos Oz. Scrittore, secondo gli organizzatori della protesta, «vicino al potere e mirato ad avvallarne le politiche violente e razziste nei confronti di tutto ciò che non è ebreo». «Certo non vogliamo la distruzione di Israele, ma della struttura del suo governo», dice Vattimo. Nessuno all’Ism sembra però ricordare che Amos Oz è stato tra i primi in Israele a schierarsi a favore della creazione di uno stato palestinese.

Israele divide gli ebrei d'Europa
L'intervento di Wiesel su Gerusalemme, la polemica tra gli intellettuali. Schieramenti: Gad Lerner sostiene il documento di Bernard-Henri Lévy. Paolo Mieli e Giuliano Ferrara con Fiamma Nirenstein
Posizioni contrastanti sulla politica di Netanyahu: appelli e raccolte di firme anche in Italia
Corriere della sera, 7 maggio 2010; di Antonio Carioti
Dal suo incontro alla Casa Bianca con il presidente Barack Obama, martedì scorso, il premio Nobel Elie Wiesel è uscito con la convinzione che le tensioni fra Stati Uniti e Israele siano in via di superamento. Ma certo sono tutt'altro che superati i contrasti sulla questione mediorientale tra intellettuali ebrei (ma non soltanto) innescati proprio da un appello di Wiesel uscito a metà aprile su alcuni tra i più prestigiosi quotidiani degli Usa. L'anziano premio Nobel era intervenuto su Gerusalemme e sul vincolo «al di sopra della politica» che lega la città al popolo ebraico, affermando che oggi, sotto la sovranità d' Israele, a tutta la popolazione urbana, di qualsiasi fede religiosa, è garantita non solo la libertà di culto, ma anche una condizione di pari opportunità in fatto di licenze edilizie. Parole cui hanno reagito alcuni intellettuali israeliani di sinistra, come l' ex presidente del Parlamento Avraham Burg e lo storico Zeev Sternhell, che vi hanno letto un appoggio alla politica dell'attuale premier Benjamin Netanyahu, leader della destra sionista. È nata così una lettera a Wiesel, sottoscritta da 99 studiosi, in cui si accusa il Nobel di sovrapporre un ideale astratto alla Gerusalemme reale, con «errori fattuali e false rappresentazioni», senza tener conto delle discriminazioni cui è sottoposta la popolazione araba della città.
Poco dopo veniva diffuso in Europa un altro documento molto critico verso il governo israeliano, su iniziativa del gruppo di intellettuali ebrei progressisti JCall (da European Jewish Call for Reason, «Appello alla ragione ebraico europeo»). I firmatari (tra cui Bernard-Henri Lévy, Alain Finkielkraut, Gad Lerner, il leader ecologista Daniel Cohn Bendit, il regista Elie Chouraqui) riaffermano «il legame con Israele» come «parte costitutiva» della loro identità, ma sostengono che l'occupazione e l'espansione delle colonie in Cisgiordania e nei quartieri arabi di Gerusalemme è «un errore politico e morale». Quindi dichiarano che il principio «due popoli, due Stati» è l'unica possibile via d'uscita dal conflitto, chiedono all'Unione Europea e agli Usa di esercitare «una pressione forte sulle parti in lotta», esortano la diaspora ebraica a impegnarsi nella stessa direzione. «Allinearsi in modo acritico alla politica del governo israeliano - si legge nel documento - è pericoloso perché va contro i veri interessi dello Stato d'Israele», in quanto la sua sopravvivenza «come Stato ebraico e democratico» risulta «strettamente legata alla creazione di uno Stato palestinese sovrano e autosufficiente». L'appello di JCall, che ha raccolto ad oggi circa 5.000 firme, fa emergere con chiarezza il nucleo della contesa che divide il mondo ebraico circa il conflitto mediorientale. C'è chi, come i firmatari del documento, ritiene che Israele non faccia abbastanza per creare le condizioni di un accordo con i palestinesi e c'è chi invece indica nel rifiuto arabo e musulmano (corroborato dalle minacce atomiche dell' Iran) verso lo Stato ebraico il vero nodo da sciogliere, che rende impraticabile la soluzione «due popoli, due Stati».
Su questa linea si collocano infatti due appelli stilati in esplicita polemica con la linea di JCall. Il primo è stato diffuso in Francia da personalità come lo studioso del razzismo Pierre-André Taguieff e il direttore della rivista «Controverses», Shmuel Trigano. Il secondo, benché lanciato in Italia dalla giornalista Fiamma Nirenstein, deputata del Pdl, ha un carattere internazionale. Lo hanno sottoscritto, tra gli altri, Paolo Mieli, Giuliano Ferrara, Giorgio Israel, Riccardo Pacifici, ma anche il padre nobile dei neocon americani Norman Podhoretz, lo storico Michael Ledeen, l'editorialista del «Jerusalem Post» Caroline Glick. Il documento francese afferma che JCall «va contro i suoi obiettivi dichiarati», perché «contribuisce ai tentativi di boicottaggio e di delegittimazione che minano lo Stato d' Israele», ignorando completamente che ogni segnale di buona volontà proveniente dallo Stato ebraico (come il ritiro dal Sud del Libano e quello dalla striscia di Gaza) non ha fatto altro che imbaldanzire la parte più fanatica ed estremista della controparte araba. Ancor più duro l'appello di Fiamma Nirenstein, che attacca anche gli intellettuali scesi in campo contro Wiesel, critica la linea di Obama e difende Netanyahu. «Voler spingere Israele a concessioni territoriali senza contraccambio - dichiarano i firmatari - significa semplicemente consegnarsi nelle mani del nemico senza nessuna garanzia». Le tesi di JCall vengono qui presentate come parte di «una triste epidemia perbenista, con la quale probabilmente si pensa di fornire un po' di ossigeno ai movimenti pacifisti», mentre non si fa altro che favorire i nemici d'Israele, consentendo loro di dire: «Anche molti ebrei sono dalla nostra parte».
Accuse alle quali Lèvy, su «Le Monde» di ieri, risponde ricordando il suo lungo impegno a favore di Israele. Il filosofo francese denuncia la furia «islamofascista» di Hamas e avanza qualche riserva sul testo dell' appello di JCall, ma ribadisce che si tratta di «una buona iniziativa», poiché a suo avviso amare lo Stato ebraico significa anche distinguerlo dalla politica del suo governo, al quale addebita errori molto gravi. Su una linea analoga, in Italia, l'assessore alla cultura dell' Unione delle comunità ebraiche Victor Magiar, secondo cui l'appello contro JCall contiene «una distorsione delle tesi altrui». Certo è che, se i sostenitori di Israele appaiono divisi, i suoi avversari non demordono anche dalle iniziative più oltranziste. Basti pensare che oggi a Torino Gianni Vattimo e altri docenti universitari lanciano un «appello per il boicottaggio accademico e culturale» dello Stato ebraico, che tacciano di «politica genocidaria» assimilandolo al Sudafrica razzista dell'apartheid.
Boicottiamo i latinisti israeliani?
L'espresso, 14 maggio 2010. Di Umberto Eco
Non sono d'accordo con il mio amico Gianni Vattimo che ha firmato l'appello secondo cui "gli accademici e intellettuali israeliani hanno svolto e svolgono un ruolo di sostegno dei loro governi"
Nel gennaio 2003 in una Bustina mi rammaricavo che la rivista inglese "The Translator", diretta da Mona Baker, stimata curatrice di una Encyclopedia of Translation Studies avesse deciso (per protestare contro la politica di Sharon) di boicottare le istituzioni universitarie israeliane, e pertanto aveva chiesto a due studiosi israeliani, che facevano parte del comitato direttivo della rivista, di dare le dimissioni. Per inciso i due studiosi erano notoriamente in polemica con la politica del loro governo, ma la cosa a Mona Frank non faceva né caldo né freddo.Osservavo che occorre distinguere tra la politica di un governo (o addirittura tra la costituzione di uno Stato) e i fermenti culturali che agitano un certo paese. Implicitamente rilevavo che considerare tutti i cittadini di un paese responsabili della politica del loro governo era una forma di razzismo. Tra chi si comporta così e chi afferma che, siccome alcuni palestinesi commettono attentati terroristici, bisogna bombardare tutti i palestinesi, non c'è alcuna differenza. Ora è stato presentato a Torino un manifesto della Italian Campaign for the Academic & Cultural Boycott of Israel in cui, sempre per censurare la politica del governo israeliano, si sostiene che "le università, gli accademici e gli intellettuali israeliani, nella quasi totalità, hanno svolto e svolgono un ruolo di sostegno dei loro governi e sono complici delle loro politiche. Le università israeliane sono anche i luoghi dove si realizzano alcuni dei più importanti progetti di ricerca, a fini militari, su nuove armi basate sulle nanotecnologie e su sistemi tecnologici e psicologici di controllo e oppressione della popolazione civile". Pertanto si chiede di astenersi dalla partecipazione in ogni forma di cooperazione accademica e culturale, di collaborazione o di progetti congiunti con le istituzioni israeliane; di sostenere un boicottaggio globale delle istituzioni israeliane a livello nazionale e internazionale, inclusa la sospensione di tutte le forme di finanziamento e di sussidi a queste istituzioni.
Non condivido affatto la politica del governo israeliano e ho visto con molto interesse il manifesto di moltissimi ebrei europei (JCall) contro l'espansione degli insediamenti israeliani (manifesto che, con le polemiche che ha suscitato, mostra come ci sia una accesa dialettica su questi problemi nel mondo ebraico, dentro e fuori Israele). Ma trovo mendace l'affermazione per cui "gli accademici e gli intellettuali israeliani, nella quasi totalità, hanno svolto e svolgono un ruolo di sostegno dei loro governi", perché tutti sappiamo di quanti intellettuali israeliani abbiano polemizzato e polemizzino su questi temi.Dobbiamo astenerci di ospitare in un congresso di filosofia ogni filosofo cinese per il fatto che il governo di Pechino censura Google? Posso capire che (per uscire dall'imbarazzante argomento israeliano) se si apprende che i dipartimenti di fisica dell'università di Teheran o di Pyongyang collaborano attivamente alla costruzione della bomba atomica di quei paesi, i dipartimenti di fisica di Roma o di Oxford preferiscano interrompere ogni rapporto istituzionale con quei luoghi di ricerca. Ma non capisco perché debbano interrompersi i rapporti coi dipartimenti di storia dell'arte coreana o di letteratura persiana antica. Vedo che ha partecipato al lancio del nuovo appello al boicottaggio il mio amico Gianni Vattimo. Ora facciamo (per assurdo!) l'ipotesi che in alcuni paesi stranieri si diffonda la voce che il governo Berlusconi attenta al sacro principio democratico della divisione dei poteri delegittimando la magistratura, e si avvale del sostegno di un partito decisamente razzista e xenofobo. Piacerebbe a Vattimo che, in polemica con questo governo, le università americane non lo invitassero più come visiting professor, e speciali comitati per la difesa del diritto provvedessero a eliminare tutte le sue pubblicazioni dalle biblioteche Usa? Io credo che griderebbe all'ingiustizia e affermerebbe che fare così è come giudicare tutti gli ebrei responsabili di deicidio solo perché il Sinedrio quel venerdì santo era di malumore. Non è vero che tutti i rumeni sono stupratori, tutti i preti pedofili e tutti gli studiosi di Heidegger nazisti. E quindi qualsiasi posizione politica, qualsiasi polemica nei confronti di un governo, non deve coinvolgere un intero popolo e una intera cultura. E questo vale in particolare per la repubblica del sapere, dove la solidarietà tra studiosi, artisti e scrittori di tutto il mondo è sempre stato un modo per difendere, al di là di ogni frontiera, i diritti umani.

Campagna per il Boicottaggio Accademico & Culturale di Israele

ICACBI
Italian Campaign for the Academic & Cultural Boycott of Israel
Comunicato stampa 2010/04/08/01

Conferenza stampa per il lancio della Campagna per il Boicottaggio Accademico & Culturale di Israele.
Venerdì 7 maggio 2010 alle ore 11.30 presso la Sala dell’Antico Macello di Po in via Matteo Pescatore 7 a Torino, si è tenuta una Conferenza stampa per il lancio della Campagna per il Boicottaggio Accademico & Culturale di Israele.
Alfredo Tradardi ha presentato gli obiettivi e le motivazioni della Campagna. Sono intervenuti Gianni Vattimo e Diana Carminati.
Enrico Contenti ha ricordato l’adesione all’appello di Antonino Salerno, segretario del SIAM, Sindacato Italiano Artisti della Musica.
Erano presenti, tra gli altri, Franca Balsamo e Amedeo Cottino già dell’Università di Torino, Ugo Barbero, Marilla Boffito, Claudio Lombardi e Grazia Raffaelli.
Ai presenti è stata distribuita una cartellina di documentazione contenente:
1. ICACBI L'appello italiano per il boicottaggio accademico e culturale
2. Free Palestine! Boycott Israel! L'appello BDS
3. PABCI 01 10 09 Linee guida per il boicottaggio accademico
4. PACBI 20 09 09 Linee guida per il boicottaggio culturale
5. 30 Elenchi adesioni al 7 maggio 2010
6. Che cosa è ISM-Italia con alcuni libri consigliati sulla questione palestinese
7. Elenco delle iniziative internazionali 2009 – 2010.
8. BRICUP Newsletter n. 28 – May 2010 70 BRICUP Newsletter
Tutti i documenti indicati sono sul sito http://sites.google.com/site/icacbi/05-news

Tra le adesioni segnaliamo quelle di Wasim Dahmash dell’Università di Cagliari, Angelo Baracca dell’Università di Firenze, Gilda Della Ragione e Paola Manduca dell’Università di Genova, Francesca Biancani della London School of Economics, Nella Ginatempo dell’Università di Messina, Milli Martinelli già dell’Università di Milano, Paolo Valerio e Vito Coppola dell’Università di Napoli Federico II, Iain Chambers e Tiziana Terranova dell’Università di Napoli l’Orientale, Vincenzo Tradardi già dell’Università di Parma, Maria d'Erme e Pina Rosas Piras dell’Università di Roma, Alessandra Algostino dell’Università di Torino, Diana Carminati, Amedeo Cottino, Franca Balsamo e Gianni Vattimo (Europarlamentare) già dell’Università di Torino, Giorgio Faraggiana del Politecnico di Torino, Federico Della Valle dell’Università di Trieste, Domenico Losurdo dell’Università di Urbino, Eros Baldissera dell’Università di Venezia, Enrica Calmieri del CNAM-MIUR e dei ricercatori Vincenzo Brandi (ENEA), Raffaele Capoano, Monica Lanzillotta e Riccardo Zanini.
Degli esponenti politici Vincenzo Chieppa, segretario regionale PdCI Piemonte e Franco Turigliatto di Sinistra Critica.
Di Vittorio Arrigoni, di nuovo a Gaza.
Di Piero Gilardi, artista visivo e non solo, Simone Capula, regista teatrale, Federico Castelli, artista (Parigi), Fausto Giudice, scrittore, Jörg Grünert, scultore, Cam Lecce, attrice, Myriam Marino, scrittrice, Karim Metref, scrittore, Agnese Molinario, regista, Beppe Rosso, autore, regista e attore teatrale, Antonino Salerno, musicista e seg.naz. SIAM, Diego Siracusa, scrittore, Giulio Stocchi, poeta.
In sintesi:
Docenti e ricercatori 29, Studenti universitari 35, Associazioni 1, Esponenti politici 2, Giornalisti 6,
Artisti – Intellettuali- Operatori culturali 27, Attivisti 178.
Per un totale all’8 maggio 2010 di 278 adesioni.
L’elenco completo delle adesioni all’indirizzo
http://sites.google.com/site/icacbi/05-elenchi-adesioni.
ICACBI
Italian Campaign for the Academic & Cultural Boycott of Israel
icacbi.pacbi@gmail.com
adesioneicacbi@gmail.com
http://sites.google.com/site/icacbi/

martedì 11 maggio 2010

"No nos tomemos el velo tan en serio"

"No nos tomemos el velo tan en serio"
Entrevista al filósofo y activista de izquierdas italiano Gianni Vattimo
ÁNGEL MUNÁRRIZ Córdoba 01/05/2010
http://www.publico.es/espana/309385/tomemos/velo/tan/serio/comentarios-valorados
Público.es

Con el debate sobre el uso de símbolos religiosos en el espacio público en primera plana, cobra vigencia el cristianismo antidogmático del filósofo y activista de izquierdas italiano Gianni Vattimo (Turín, 1936), uno de los gurús de la postmodernidad, que esta semana ha participado en la Universidad de Córdoba en una conferencia sobre hermenéutica. Su juicio sobre el velo que expresa dejando un amplio margen a la duda es que "parece razonable que la cara deba ir siempre descubierta".
¿El límite en el espacio público está entonces en el burka y no en el velo?
Podría ser, sí. El principio de ser reconocible me parece fundamental. Pero, ¿hay que tener la cara siempre descubierta o sólo si lo pide la policía, como si pide la documentación? Si yo voy todos los días como en carnaval, ¿qué pasaría?
Pero nadie cree que una máscara sea impuesta o resulte discriminatoria.
¿El velo discrimina? No sé... Una sociedad no se puede tomar demasiado en serio las reglas de sus comunidades particulares. No deberíamos tomárnoslo tan en serio. Habrá quien crea que se le discrimina por no poder acostarse con muchachos de 12 años. Pero la ley pone otro límite. Y hay que cumplir la ley. Yo soy favorable a la integración de las distintas comunidades, siempre que cumplan la ley de todos.
¿Cree que el debate tiene un sesgo islamófobo?
Sí, es una polémica artificial. No sé en España todavía, pero en Italia hay una islamofobia terrible y creciente, y se nota en todo este debate. Atacar el velo mientras se da dinero público a la escuela católica es estúpido. Y en Italia también está el problema de los crucifijos en los tribunales.
O en las aulas, en España...
Claro. No puede haber símbolos de parte en espacios neutrales, es peligroso. Si nadie lamentara que haya un crucifijo, yo tampoco, porque soy cristiano. Pero si hay una persona que se siente amenazada, hay que quitarlo.
Más que soluciones, usted aporta reflexiones...
¡Es que no lo tengo claro! Lo básico es aplicar las leyes que haya con coherencia y sentido común, no crear nuevas leyes para velos o burkas.
¿Le convence la respuesta de la Iglesia a los casos de curas pederastas?
Bueno, yo intento ser creyente (ríe). Intento ir a misa, pero no me quieren porque soy homosexual. Y yo no los quiero por este papa antimodernidad. Los curas pedófilos han hecho lo que han querido y el papa y los obispos los defienden. Es escandaloso.
¿No espera una verdadera autocrítica de la Iglesia?
¡No pido una gran transformación! Pero permitir a los curas casarse y a las mujeres ordenarse sería un buen comienzo. El problema es que la Iglesia no renuncia al poder de castigar las costumbres sexuales de los demás.
¿Roma se radicaliza para competir con el Islam?
El Papa tiene la ilusión de que los nuevos católicos del Tercer Mundo, más fundamentalistas, salven a la Iglesia. Pero ya no somos carne de cruzada. O la Iglesia se adapta o pierde, porque los otros son más fuertes. En un enfrentamiento duro, ganan los musulmanes.
La ocupación de filósofo de izquierdas debe de ser dura en la Italia de hoy.
Te sientes un poco fuera de la comunidad humana, pero bien (ríe). Ha habido un desplazamiento de la opinión pública a la derecha. Antes yo escribía en diarios, ahora ya no. Soy un extremista que tiene que justificarse. ¡Si la esperanza de la izquierda es un ex fascista [Fini]!
¿Europa ha aprendido la lección del siglo XX?
El siglo XX está muy lejos. Los jóvenes ven la democracia como algo rutinario, un viejo objeto de familia. A mí no me gustan las crisis, pero son la única forma de que la gente se lo tome en serio.
¿Pero ésta no ha acabado fortaleciendo el sistema?
Sí, ya lo sé... Quizás no tengo razón. Puede que el capitalismo sea eterno y sólo necesite reparaciones periódicas. Mi gran esperanza es América Latina. Chávez, Morales... Soy un castrista con dudas. Me gustan los peores (ríe).

lunedì 10 maggio 2010

VATTIMO: CI MANCA IL PASOLINI CORSARO E PROFETICO

VATTIMO: CI MANCA IL PASOLINI CORSARO E PROFETICO
Il filosofo rimpiange «la forza profetica del poeta contro l’omologazione culturale». Cianchi e Donada hanno letto due dialoghi inediti degli anni friulani dell’intellettuale
lunedì 10 maggio 2010, Messaggero Veneto. Di Nicola Cossar

Ci sono domande che spesso non trovano risposta. Una su tutte: perché oggi non c’è un Pasolini? E questa ne chiama altre: il suo senso profetico, tra dramma e ossessione, sarebbe lo stesso o risulterebbe invece inattuale? La sua diversità sarebbe sempre tale o cadrebbe vittima di un’omologazione strisciante, di una normalizzazione? Fra tanti punti di domanda, un po’ di certezze ne abbiamo: ci mancano la sua testimonianza civile e la visione profetica, non nel senso tragico (fino alla progettazione della propria morte, tesi molto cara all’amico del poeta, Giuseppe Zigaina), ma di quella straordinaria capacità – pienamente espressa negli Scritti corsari – di leggere i tempi e i loro segni, di prefigurare gli scenari venturi; ci mancano la sua passione e la sua assoluta non assimilabilità come uomo e come artista. Un’intelligenza libera e un’anima difficilmente sezionabili e divisibili tra pensiero, scrittura e cinema. Corsare, come si diceva. Pasolini e la sua esistenza forse sono un’opera d’arte, in tutte le sue sfumature cromatiche possibili: non ripetibile, soltanto da ammirare, specialmente quando è capace di dividerci, oggi come ieri, nel giudizio.
Inattualità di Pasolini è il titolo provocatorio che reca il primo numero 2010 di aut aut, la rivista diretta dal filosofo Pier Aldo Rovatti, dedicata all’estetica dei linguaggi pasoliniani, nei loro articolati percorsi espressivi, proponendo una bella serie di interventi dei partecipanti ad un corso tenuto dallo stesso professor Rovatti all’università di Trieste. Una selezione di questi esiti è stata presentata ieri, alla Feltrinelli, da Rovatti, direttore del traffico di idee (ortodosse ed eretiche), con guest star l’amico Gianni Vattimo.
L’incontro – in una sala gremitissima – è stato aperto con due pagine inedite friulane che Pier Paolo scrisse nei 1942 (Dialogo tra un maniscalco e la sera) e nel 1945 (Dialogo tra una vecchia e l’alba), ben interpretate da Gianni Cianchi e Chiara Donada. Vattimo, confessando di commuoversi puntualmente di fronte alle pagine in marilenghe ma di non riuscire ancora oggi a leggere Le ceneri di Gramsci, ha voluto precisare che la sua lettura dell’opera pasoliniana non è completa: «In me che dovrei avere particolare simpatia per lui a causa della sua diversità, c’è invece sempre stato qualcosa di irrisolto che non so spiegarmi». Senza dare giudizi categorici, ma in qualche modo esprimendoli, il filosofo torinese ha salvato l’attualità di un Pasolini corsaro e polemista, visionario e non omologato. «Forse non andrebbe ai gay pride né avrebbe mai aderito ai movimenti di liberazione gli omosessuali» ha chiosato Vattimo, che ha aggiunto: «Salvo l’intellettuale esemplare, non lo ritengo un artista classico. L’inattualità sta forse in romanzi che oggi non riesco più a leggere perché certe cose sono cambiate (ma la romanità linguistica di Gadda è molto superiore); i film li ho visti (amo Le mille e una notte), però certe tensioni drammatiche e profetiche oggi mi lasciano perplesso: il percorso stilistico di Fellini mi pare più coerente e lineare. Diciamo allora che il maggior interesse del lascito di Pasolini è costituito dalle tematiche affrontate, non nel modo, non nei linguaggi (scrittura e immagine) con cui li ha presentati».
Però Vattimo continua a commuoversi di fronte all’aspetto friulano. Perché? «Perché era poeticamente più convenzionale, più vicino a percorsi classici: mi viene in mente Pascoli». Dai contributi degli autori del numero di aut aut sono emersi altri aspetti dell’opera pasoliniana. La scelta poetica – si è detto – è legata a precisi dichiarati riferimenti provenzali e a quell’usignolo in cui Pier Paolo in qualche modo si incarna: è un essere che ha nostalgia della vita, che avverte un forte senso di esclusione, che però non toglie amore per la vita stessa, anzi lo accresce. Gioia e dolore sono sempre presenti, due toni intrecciati e sovrapposti, specialmente nei film, che sono «lingua scritta della realtà», ma anche nella nobile figura dell’intellettuale capace di dire no alle lusinghe del mondo che critica (se fosse qui oggi, andrebbe in tv?), ma che che nutre comunque la speranza dire sì alla vita.

VATTIMO: «CI MANCA PASOLINI AVEVA CAPITO IL MALE ITALIANO»

VATTIMO: «CI MANCA PASOLINI AVEVA CAPITO IL MALE ITALIANO»
Domani mattina a Udine dialogherà con Pier Aldo Rovatti su ”Pensiero debole ed etica minima”
sabato 08 maggio 2010, Il Piccolo di Trieste

UDINE. L’Italia d’oggi ha bisogno di profeti. Come Pier Paolo Pasolini, «figura di intellettuale di cui non abbiamo più esempi, e della quale abbiamo nostalgia». Ne è convinto il filosofo Gianni Vattimo, che insieme a Pier Aldo Rovatti è tra i “padri” del pensiero debole. «Non so come vorrei che fosse Pasolini oggi – dice –, ma so che vorrei sentirlo parlare in questa situazione».
Vattimo, con Rovatti, sarà protagonista domani di due incontri nell’ambito della rassegna Vicino/lontano, festival del pensiero in corso fino al 9 maggio, organizzato dall’omonima associazione culturale presieduta da Paolo Cerutti e coordinata da Paola Colombo e Antonio Maconi. Con Rovatti parlerà di “Pensiero debole ed etica minima” in un confronto in San Francesco (alle 11.30) moderato dal direttore de “Il Piccolo” Paolo Possamai; in seguito i due filosofi saranno protagonisti di un incontro sul tema “Aut-aut. Inattualità di Pasolini” alla Libreria Feltrinelli (alle 16).
Oggi, intanto, il festival prosegue con un fittissimo programma di dibattiti e incontri, con personalità di spicco come l’ex ministro Tommaso Padoa-Schioppa, i filosofi Derrick de Kerckhove e Nicola Gasbarro, i politologi Lucio Caracciolo, Marco Tarchi e Vittorio Emanuele Parsi, il sociologo Renzo Guolo, il giornalista Fabrizio Gatti, il magistrato Gherardo Colombo e l’avvocato Umberto Ambrosoli, al quale questa al sera al Teatro Nuovo (ore 21) sarà consegnato da Angela Terzani il Premio letterario internazionale intitolato a Tiziano Terzani, per il racconto-verità “Qualunque cosa succeda”, sulla vicenda umana e professionale di suo padre Giorgio Ambrosoli, avvocato ucciso da un killer nel 1979. Stasera Vattimo parteciperà anche a un incontro sul tema delle “diversità” al Teatro San Giorgio di Udine (ore 21), organizzato da Italia dei Valori Fvg.

Che cosa apprezza, in particolare, della figura di Pasolini?

«Pasolini, paradossalmente, oggi mi interessa di più come intellettuale che come artista - dice Gianni Vattimo -. Guardando un suo film o leggendo una sua poesia, si può avere l’impressione che appartengono al passato. Certo, ci sono film di Pasolini e sue poesie che mi piacciono ancora molto, come quelle scritte in friulano. Come intellettuale, invece, è stato una figura determinante, che ha sentito il male italiano. Penso che in ciò non sia stata indifferente la sua personale condizione di omosessuale in un’Italia rurale che si stava affacciando alla modernità».

La diversità di Pasolini è stata motore di consapevolezza?

«L’orizzonte di personale diversità credo abbia avuto una forte influenza. Una diversità che non incontrò tanto l’ostilità della cultura collettiva, quanto per esempio quella “istituzionale” del Pci, dal quale è stato duramente discriminato. Penso anche che nel Pci Pasolini vedesse una delle forme di quella struttura istituzionalizzata in cui si poteva proiettare l’immagine dell’Italia del futuro, modernizzata e industrializzata, molto lontana dalla sua personale nostalgia di un mondo altro. Pasolini non sarebbe mai andato a un Gay Pride, ad esempio, e neppure avrebbe invocato le nozze gay. Oggi si rivendicano giustamente questi diritti e io personalmente vado al Gay Pride. Ma si è persa tutta la tensione legata al sentirsi esclusi, crocifissi».

Non pensa che ci siano degli esclusi, oggi, in Italia?

«Certo che sì. Gli esclusi sono i poveri che abitano negli slum, quelli che non hanno neppure la possibilità di far sentire la propria voce. Non esiste più, però, quella forma di esclusione profetica, siamo arrivati all’esclusione economica e commerciale. Esclusione allo stato puro».

Dunque Pasolini la interessa per il suo opporsi all’omologazione?

«Pasolini rappresenta la rivendicazione della diversità come punto di vista profetico. Mentre oggi, paradossalmente, della diversità non si può parlare se non con una certa nostalgia. Non c’è nessuno, ormai, di così diverso da scandalizzare qualcuno. Recuperare almeno la nostalgia della tensione profetica pasoliniana oggi potrebbe ispirarci un atteggiamento diverso da quello dell’accettazione dell’ordine vigente».

Pasolini inattuale. Una caratteristica che rintraccia in qualche intellettuale oggi in Italia?

«Neanche per sogno. Non la sento presente perché in Italia non ci sono intellettuali che siano considerati stravaganti. Forse Ceronetti, che se ne sta sempre ai margini, oppure il mio collega filosofo del pensiero debole Rovatti, che esplora appunto i margini e le differenze. Lui ha interpretato il pensiero debole come cultura dei margini da cui può provenire un richiamo alla salvezza. La salvezza non può venire da una rivoluzione del pensiero che si realizzi una volta per tutte, in forma sistemica».

L’omologazione e la globalizzazione. Tutto da buttare?

«L’omologazione è una situazione tranquillizzante, che rischia sempre di addormentare le coscienze. Spero che ci siano ancora delle coscienze acute, come quella di Pasolini per esempio. Abbiamo bisogno di profeti, ma purtroppo non vedo molti in giro».

Come si costruisce un’etica minima per un mondo in cerca di profeti e di punti di riferimento valoriali?

«Dal punto di vista etico, è vero che siamo in un momento di deserto. Ma proprio per questo costruire un’etica sistematica è ancora più difficile. Basti pensare alla situazione in cui, con questa pretesa, si è ridotta la Chiesa. Credo, invece, sia necessario ripartire dai margini, dalle cose piccole, da ciò che sembra appunto minimo».

Questo vale anche per la politica?

«Certamente. Dal punto di vista politico sono favorevole a una resistenza “di quartiere”, alle manifestazioni di strada, alla difesa degli interessi minimi, a cominciare dai salari. Anche quando parlo della carità cristiana mi riferisco proprio a questo: bisogna cominciare dalle piccole cose, dalle scelte che si fanno ogni giorno. Credo in una contestazione che combatte pacificamente il sistema dai margini, attaccandolo sui fianchi. In Piemonte, per esempio, simpatizzo per i No Tav. Vogliono farci credere che bloccando queste opere si blocca lo sviluppo. Mi chiedo come si abbia ancora il coraggio di parlare di sviluppo economico guardando a quello che questo modello ha prodotto fino alla recente crisi finanziaria negli Stati Uniti».

C’è ancora spazio in politica per fare cose nuove?

«Viviamo in una situazione in cui l’unico modo in cui possiamo essere veramente rivoluzionari à rivendicare la legalità e l’applicazione della Costituzione. Siamo spolpati da mafie e da altre cose terrificanti. Penso che Di Pietro sia una delle poche figure dell’opposizione in Italia, proprio perché rivendica la legalità e il rispetto della Costituzione».

A che cosa sta lavorando ora?

«Insieme al mio collaboratore Santiago Zabala, sto per terminare la stesura di un nuovo libro “Hermeneutic Communism”. Un ripensamento del marxismo e del comunismo alla luce dell’ermeneutica contemporanea, che porta alla teoria di un comunismo libertario. Oggi, essendo finito il comunismo reale, quello per cui non ci si poteva dire comunisti, c’è finalmente la possibilità di essere comunisti ideali. Cioè credere in uno sviluppo economico e sociale controllato dai poteri popolari. Ho fiducia nei modelli sudamericani, quelli di Lula e di Morales. Non ne ho per la Cina, che sta diventando una potenza capitalistica anche peggiore di quella degli Stati Uniti».

venerdì 7 maggio 2010

Avanza la Campaña Evo Morales Premio Nobel de la Paz 2010

Avanza la Campaña Evo Morales Premio Nobel de la Paz 2010
Se suman Chomsky, Ramonet, Vattimo, Clark y Blackburn
Por Fernando Bossi

http://groups.google.co.ve/group/venezuela-en-revolucion/browse_thread/thread/30c6fd006ae2f1a4

Importantes personalidades del ámbito internacional se siguen sumando a la campaña para que el Presidente del Estado Plurinacional de Bolivia, Evo Morales Ayma, obtenga el Premio Nobel de la Paz 2010.
Entre las últimas adhesiones a la Candidatura de Evo Morales se destacan las de:
Noam Chomsky, es un lingüista, filósofo, matemático, activista, autor y analista político estadounidense. Es profesor y una de las figuras más destacadas de la lingüística del siglo XX, es sumamente reconocido en la comunidad científica y académica por sus importantes trabajos en teoría lingüística y ciencia cognitiva.
Gianni Vattimo, filósofo italiano, es uno de los referentes centrales de la posmodernidad. El fruto de su trabajo académico se expresa tanto en la docencia (cátedras, congresos, seminarios, conferencias, etc.) como en sus numerosas publicaciones.
Ignacio Ramonet, periodista y escritor nacido en Galicia, España. Entre 1990 y 2008 fue director de Le Monde Diplomatique. Ha sido galardonado en numerosas ocasiones y es autor de varios libros, la mayoría traducidos a diversas lenguas.
Ramsey Clark, abogado estadounidense. Ha ganado el Gandhi Peace Award otorgado por la organización estadounidense Promoting Enduring Peace desde 1960. En noviembre de 1996 participó en el Tribunal Internacional por Crímenes Contra la Humanidad Cometidos por el Consejo de Seguridad de Naciones Unidas en Iraq, celebrado en Madrid a ejemplo del Tribunal Russell; iniciativa cívica de intelectuales, políticos y profesionales del Derecho contrarios a las trágicas consecuencias del embargo sobre la población civil de ese país, encargándose de la lectura del acta de acusaciones.
Robin Blackburn, historiador británico, es profesor en la Graduate Faculty de la New School University de Nueva York y en el Departamento de Sociología de la Universidad de Essex. Antiguo editor de la prestigiosa New Left Review, sigue publicando y colaborando activamente en la revista desde 1962.
Estás se suman a las de otras importantes figuras como son las del escritor uruguayo Eduardo Galeano; el ex presidente de las Naciones Unidas, el nicaragüense Miguel d’Escoto, los Premios Nobel de la Paz, el argentino Adolfo Pérez Esquivel y la guatemalteca Rigoberta Menchú, los intelectuales brasileros Frei Betto, Emir Sader y Fernando Morais, el sacerdote belga Francois Houtart, los intelectuales argentinos Atilio Borón, Ezequiel Ander Egg, Isabel Rauber, Alcira Argumedo, los intelectuales ingleses Aland Woods y Patrick Mulvany, los periodistas Pascual Serrano, Stella Calloni, Fernando Buen Abad Domínguez, el economista belga Eric Toussaint, entre tantos otros.
Asimismo es destacable la cantidad de organizaciones sociales de derechos Humanos, indígenas, campesinas, obreras y estudiantiles que se van sumando a la campaña.