mercoledì 5 giugno 2013

La verità al servizio della politica neutralizzata tecnicamente

All'Istituto Italiano di Cultura di New York, il 31 maggio, Gianni Vattimo ha presenziato la conferenza "Il ruolo della verità nelle politiche europee". Secondo il filosofo italiano, ormai “è diventato comune, tra i Paesi europei, il preferire soluzioni ‘tecniche’ per risolvere problemi politici”.



di Valentina Cordero, duerighe.com

“Il problema della verità è diventato urgente in Europa e lo dico non perché sono un filosofo ma perché stiamo vivendo un periodo in cui si ha una politica neutralizzata tecnicamente”. 
Ha esordito così il filosofo Gianni Vattimo all'Istituto Italiano di Cultura di New York dove il 31 maggio si è tenuta la conferenza “Il ruolo della verità nella politica europea”. Un evento che ha visto non solo la partecipazione del direttore, Riccardo Viale, ma anche quella di Natalia Quintavalle, Console Generale d’Italia a New York.

Il governo, ricorda il filosofo italiano, è fatto purtroppo da economisti-scienziati, e non esistono più differenze tra le due opposizioni. Stando alle sue parole, il concetto di verità è strettamente legato al concetto di tecnica, perché alcuni paesi dell’Europa preferiscono adottare soluzioni tecniche per risolvere problemi politici. Basti pensare all'Italia e al governo tecnico di Mario Monti.

Ma esistono veramente degli esperti secondo Vattimo? “No, non esistono. Al massimo esistono dei buoni economisti”. E soprattutto oggi, in una situazione che sfugge al controllo democratico, è molto difficile parlare di verità soprattutto quando, stando alle sue parole, “è come se ci fosse una sorta di interesse revival nella politica”.

Gianni Vattimo
E richiamandosi alla domanda di Nietzsche “Ma quanta verità può tollerare una persona?”, Vattimo si chiede: “Quanta verità scientifica può tollerare una società?”. E ancora: “Possiamo liberarci dalla verità dei cosiddetti esperti che assumono sempre più importanza in una società guidata da interessi globali?”. Con questo, l’autore non vuole dire che bisogna eliminare il controllo ‘scientifico’, ma che, semplicemente, si deve avere una sorta di scienza ‘ufficiale’ che sia in qualche modo comparabile con quella religione ‘ufficiale’ che dominava in altri tempi. “Le persone – ha sottolineato – possono e devono prendere delle decisioni in base alla verità, ma questa verità è la stessa che si ha in campo scientifico?”.
“Cerco sempre di essere fedele alla verità ma non in senso economico. E, come politico, prendo le mie posizioni in relazione a chi rappresento”.


Ma di cosa ha bisogno le’Europa per risollevarsi? “Abbiamo bisogno di un alleggerimento delle misure. L’Italia, ad esempio, non può tornare indietro. Sarebbe troppo complicato e addirittura impensabile. Dobbiamo guardare avanti”, ha concluso Vattimo.

3 commenti:

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Mai come oggi è attuale quanto Vattimo scriveca in "Al di là del soggetto"
“A insegnare alla mosca a uscire dalla bottiglia” per Wittgenstein, ad avere un “buon carattere” come raccomanda Nietzsche, ad esercitare l'acrobazia “lungo le maglie della rete in cui è presa la nostra esistenza” a dire di Vattimo, nelle prime pagine di ‘Al di là del soggetto’: sembrano essere i compiti della filosofia.
In questi “appunti di lavoro” che raccolgono interventi presentati in conferenze e incontri di studio, Vattimo asserisce che “l'enfasi sulla progettualità” è “un falso problema” nella condizione tardo-moderna che vede il dominio tecnico-scientifico.“Nessuna progettualità storica, nessun impegno per la trasformazione? ” si chiede il filosofo che continua “mi sento impegnato verso il passato, le tracce del vissuto” . E' più consono alla condizione postmoderna, per Vattimo, quest'atteggiamento in quanto il passato “come continuità dell'esperienza” è minacciato dal “rinnovamento accelerato” che è “opera degli automatismi del sistema”: accade “necessariamente” quasi che la tarda modernità venga a “realizzare, cambiandone e pervertendone il senso, certe tesi hegeliane o marxiane”.

Con riferimento alle prospettive dialettiche per cui “c'è un senso ultimo della storia” e per cui i soggetti, liberi dall'alienazione, “saranno in grado di possedere la storia mentre la fanno”, Vattimo oppone le sue considerazioni per cui “il senso della storia non può identificarsi con le azioni degli uomini se non a patto di subire uno stesso processo di dissoluzione”.
E termina: “la storia non ha senso, almeno non un senso inteso” sartraniamente.
Il pronunciamento dell'autore è per “una dissoluzione, un indebolimento del senso” o meglio “un'ontologia del declino” che è “il filo conduttore che lega queste pagine”.
Attraverso le connessioni di quest'ontologia con la ‘critica del soggetto’ e con l'ermeneutica, Vattimo di-spiega la sua concezione ‘debole’ dell' ‘Essere’ che permette la possibilità di “nuovi ideali di umanità” non più “legati alla concezione metafisica del soggetto”.
Non è più possibile scrivere di alcuna ‘cosa in sé’, il soggetto è diventato una “cosa come tutte le altre” e ancora “la coscienza, l'io sono semplicemente filiazioni posteriori” ovvero “tutto accade” secondo le parole nicciane per cui “un lontano colpo di cannone ci colpisce l’orecchio durante il sonno; nel sogno noi lo leghiamo a una storia che ci appare, a posteriori, come causa e spiegazione”.
In questo senso il soggetto, “un effetto di superficie” per l’appunto, è “una favola, una finzione, un gioco di parole”.
Per Vattimo, il carattere, che è “un prodotto del soggetto”, rinvia “ad atti di metaforizzazione che sono determinati dai valori sociali di dominio.
Una sorta di violenza nei confronti di sé e delle cose, la ‘hybris’, caratterizza l’uomo moderno”: per Nietzsche è ‘hybris’ tutta la nostra posizione nei confronti della natura, la nostra violentazione di essa con l’aiuto delle macchine, la nostra posizione di fronte a noi stessi: “eseguiamo esperimenti su di noi, quali non ci permetteremmo su nessun animale”.

Ora:è proprio dell'ermeneutica, dell'interpretazione “far violenza, immaginare finzioni, falsificare” che in questo senso vengono a collocarsi di là da ogni essenza propria della cosa; laddove, la nozione gramsciana di egemonia, originando da una visione metafisico-dialettica “comporta l'idea di una corrispondenza profonda tra dominante e dominato”.
Questo “ideale conciliato della sovranità come egemonia” perché il “soggetto conciliato è pensato nell'orizzonte della dialettica” quando ormai con “la morte di Dio” si è avuta la dissoluzione di ogni metafisica.
Da qui è necessario, inevitabilmente,partire verso un nuovo percorso.

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