lunedì 17 giugno 2013

Non c'è Ragione senza Dio

di Gianni Vattimo, L'Espresso

Il filosofo seicentesco Baruch Spinoza

Che cosa (diavolo) è l’Illuminismo?
Il titolo del breve saggio di Kant, che fa consistere l’Illuminismo nell'uscita della ragione umana dallo stato di minorità merita di essere preso, in questa forma leggermente modificata dalla parentesi, come guida per la lettura del recente libro di Steven Nadler dedicato al "Tractatus teologico-politicus" di Spinoza, e significativamente intitolato "Un libro forgiato all'inferno". 


Steven Nadler
Nadler è uno dei più noti studiosi di Spinoza e della storia delle idee nella modernità (da Einaudi era già uscito il suo testo classico "Baruch Spinoza e l’Olanda del Seicento", 2002). Rispetto al suo lavoro precedente, quello che ora esce in italiano (l’edizione originale è del 2011) ha, di nuovo, soprattutto l’attenzione esclusiva e molto minuziosa al "Tractatus theologico-politicus" e alle circostanze biografiche e storiche generali, che ne accompagnarono la nascita, specialmente in rapporto con l’opera principale di Spinoza, cioè l'"Ethica ordine geometrico demonstrata". 
In effetti, quando decise di scrivere il "Tractatus", Spinoza lo fece  interrompendo per un po’ la redazione dell'"Ethica", mosso, a quanto pare, anche  dal bisogno di  rispondere alle accuse di ateismo che circolavano da tempo su di lui e che già gli avevano provocato l’espulsione dalla sinagoga di Amsterdam nel 1656 (quando ancora il ventitreenne  filosofo non aveva pubblicato niente) minacciando di limitare  quella  libertà di filosofare che egli, al momento di scrivere il "Tractatus" a metà degli anni Sessanta,  sentiva posta  in pericolo  in tutte le Province Unite dalla violenza politica del tempo. 

Il titolo scelto da Nadler per questo suo puntuale commento al "Tractatus" riflette bene la sensazione che provarono i lettori di Spinoza quando lo lessero nel 1670 – che cioè fosse un testo diabolico e tutto mosso dal proposito di distruggere la religione in generale e specialmente la credenza nella Sacra Scrittura. Sembrerebbe dunque che l’intento dell’autore di liberarsi dallo stigma dell’ateo avesse piuttosto prodotto un effetto paradossalmente opposto: appunto, l’impressione dei lettori di trovarsi di fonte a un libro infernale. Non è però questa l’impressione che il libro, nella ricostruzione e nell'eccellente commento che ne offre Nadler, produce oggi; e in questo senso può rappresentare una importante novità per l’immagine di Spinoza che prevale ancora largamente nella nostra cultura. L’immagine, cioè, del padre dell’Illuminismo, del razionalismo e, appunto, dell’ateismo che, nella modernità, ha inspirato e accompagnato la  progressiva secolarizzazione del pensiero e il distacco dalla fede nelle grandi religioni “abramiche”, Ebraismo, Cristianesimo, Islam. 

Il motto in cui si riassume la filosofia di Spinoza , "Deus sive Natura" - Dio ossia la Natura – e che è stato la chiave della sua fortuna in tutte le epoche del pensiero che si sono succedute da allora, è l’ideologia stessa della scienza moderna, non solo quella di Newton ma anche quella di Einstein – secondo il quale, come si ricorda, “Dio non gioca a dadi”. Se la scienza  ha un senso, è perché la natura nel suo insieme è un sistema di cause ed effetti rigorosamente regolato da leggi che valgono sempre e comunque. Gli scienziati fanno certo i conti anche con il probabilismo, ma persino nel caso di matematiche e geometrie  non euclidee preferiscono pensare che si tratti di “linguaggi” diversi applicabili a diversi aspetti della realtà, per i quali funzionano pur sempre con lo stesso rigore proprio della matematica di Spinoza. In una simile visione della natura come sistema retto da leggi rigorose non c’è posto per l’intervento di un Dio provvidente, libero, creatore (dal nulla? Siamo matti?) che magari sospenda le leggi di natura per compiere ciò che chiamiamo miracoli. Se c’è qualcosa come una potenza suprema da cui tutto procede (con consequenzialità  matematica, non per una scelta che dia luogo a un evento) possiamo chiamarla Dio, sapendo però che non è altro che la Natura. Più che divinizzare la Natura (così hanno letto Spinoza i Romantici, Schelling soprattutto) Spinoza vuole naturalizzare Dio. Il divino non è un ente distinto dal mondo dal quale il mondo provenga (per creazione libera) ma è solo il tutto delle cause ed effetti fisici dentro il quale stiamo anche noi esseri umani.  Ciò che abbiamo sempre  creduto fosse Dio non è altro che il Tutto nelle sue molteplici connessioni rigorosamente strutturate. 

Ma allora perché tutte le credenze religiose? Perché ognuno di noi, come ente naturale che vuole conservare la propria esistenza, tende a cedere alle passioni più legate a questo impulso di autoconservazione, come anzitutto la paura, la speranza, l’avidità, ecc.? Su questa inclinazione lavora la "furbizia dei preti", che ci fa credere alle menzogne delle tradizioni religiose e ci mantiene in stato di servitù. Solo l’"amor dei intellectualis", l’amore di Dio che si fonda sulla conoscenza della verità (tutto è Dio-Natura, tutto è regolato da un ordine necessario che non dipende da noi) ci rende liberi. Il nostro dovere è solo quello di conoscere  sempre meglio le leggi della natura e così diventare sempre più liberi e buoni. Ecco qui i tratti dello Spinoza illuminista, a cui si rifanno ancora oggi tutti coloro che si appellano alla scienza per negare ogni credito alla religione. Anche e soprattutto lo scientismo positivistico degli ultimi secoli è stato  ispirato dal proposito di superare i conflitti (etici, politici, ecc.) mediante la conoscenza della  verità oggettiva fornita dalla scienza.  Forse anche Freud pensava così: se fai luce sull'inconscio, diventi libero (ma riconoscendo la necessità..). Eccetera. 


Gianni Vattimo
E oggi: "Spinoza sive Scalfari, sive Odifreddi, sive Flores"? Forse. Ma proprio  questo "diabolico" "Tractatus", che Nadler ci invita a rileggere, offre un’arma formidabile per limitare il sempre ritornante fanatismo della ragione "illuminata". Gli atei vogliono che il credente abbandoni la sua fede perché essa è contraria alla verità della scienza. Ma proprio Spinoza insegna che la questione della religione non ha niente, o quasi, a che  fare con la verità. Con argomenti che leggiamo anche in Nietzsche (il quale forse li prendeva da lui) là dove parla di una “affettazione nel congedo”: non devi fingere ragioni cogenti quando abbandoni una credenza, giacché non avevi ragioni simili quando l’hai abbracciata. Il bellissimo capitolo XIV del "Tractatus", che Nadler riporta in parte nel suo libro, sembra né più né meno che una apologia della religione: elenca infatti in sette punti le credenze che è “più utile, e perfino necessario” (p.184 di Nadler) coltivare per “spronare all’amore verso Dio e i propri simili” – amore che è il senso stesso dell’etica spinoziana (e che egli trova sia nell'Antico sia nel Nuovo Testamento). Ecco in sintesi: esiste  Dio, e cioè un ente supremo giusto e misericordioso. Egli è unico, è presente ovunque, ha il diritto e il dominio supremo su ogni cosa. E’ giusto e  misericordioso. E così via, fino all'amore verso il prossimo, alla convinzione che solo chi obbedisce a questa regola di vita si salva. 

Tutto questo è solo frutto di una prudenza politica da parte di Spinoza, giustamente  motivata dalla consapevolezza dei rischi che un ateo correva nella società europea, e anche in Olanda,  nel Seicento? Forse anche. E certo questo elenco di “buone credenze” – da cui restano sempre esclusi settarismo, intolleranza, clericalismo - può anche essere giustificato da una scelta pragmatica: saranno tutte bugie, ma sono utili alla buona condotta morale e dunque accettabili. Allora, però, perché il credente dovrebbe diventare un illuminato ateo? Forse per amore della verità dimostrata, accertata, scientifica? Ma l'"amor dei intellectualis" si esercita solo, o almeno principalmente, come devozione al Dio giusto e misericordioso, come rispetto, amore del prossimo – cioè come religione. Se fosse qualcosa di diverso rischierebbe di divenire una forma di superstiziosa sopravvalutazione del sapere come tale. Una superstizione che non è completamente assente nel discorso di Spinoza, se si ricordano tutte le pagine sul “vulgus” e la sua dipendenza dall'immaginazione.

La lezione di Spinoza merita di essere meditata non solo dagli atei scientisti, naturalmente. Anche dai non troppo “astuti preti”: anche per loro, prendere atto che la religione non ha a che fare con la verità (la “verità storica” della resurrezione, della assunzione al cielo di Maria con il corpo, o anche la pretesa di verità della “antropologia biblica”, che ha sostituito l’indifendibile cosmologia della Scrittura) li libererebbe da molte posizioni assurde, rendendo più facile per tutti il riconoscimento dell’insopprimibile (a quanto pare) bisogno di religione.

Gianni Vattimo

Articolo uscito su l'Espresso in edicola il 6 giugno 2013

20 commenti:

Paola Trombetti ha detto...

A che genere di salvezza si riferiva Spinoza, più precisamente salvezza da chi e da che cosa? Alla luce del suo pensiero, alla luce del fatto che non elimina Dio ma certo lo immanentizza, lo "tira giù" nel mondo e tra le concatenazioni di cause-effetti che lo sostanziano. Ma anche alla luce della sua negazione della libertà umana - condizione fondante quasi di ogni dottrina della salvezza (è altamente improbabile che credesse nella (salvezza per) "sola gratia") - mi viene da pensare che malgrado le apparenze dell'ufficialità del testo, in cuor suo fosse mosso dal "conatus", dallo sforzo di perseverare nel suo essere, detto in termini non spinoziani dalla preoccupazione per nulla escatologica di salvarsi dalle grinfie del Santo Uffizio. Forse questo espediente un po' galileiano fu l'unica limitazione a cui sottopose la libertas filosofandi, in nome della quale rinunciò persino ad una cattedra prestigiosa. Nel complesso la sua lezione, per certi riguardi anticipatrice del pensiero genealogico nietzscheano, contiene ancora tanto da pensare per chi ne abbia voglia, ma temo proprio non sia il caso dei sostenitori dei due maggiori opposti fanatismi: i corifei dello scientismo ateo per dogma e i rappresentanti di una fede che legge le scritture alla lettera e lancia anatemi contro Darwin.

Anonimo ha detto...

Se il ‘pensiero debole’ non è stato un invito al disimpegno allora bisogna ancora confrontarsi con l'accademia che non va bene così com'è.
Vivere la prassi per Vattimo non sarà mai e solo vivere e giustamente il suo privato.
Il segno dei suoi studi è lì a farsi sentire.
Il professore certamente non può solo “contare i fili d'erba sapendo che è inutile, perchè non si arriverà mai a saperne il numero".
La ‘prassi è l'unica esperienza di pensiero concessa all'uomo contemporaneo?
”Qual é la narrazione che il filosofo sta cercando per descrivere la propria esperienza?”
Può bastare Eraclito che, scaldandosi vicino al fuoco, esclama “anche qui gli dei sono presenti” con o senza Spinoza? E' evidente che la prassi cui Vattimo si richiama, nell'intervista a Gnoli su La Repubblica del 23.06.2013, e la caritas esaltano ancora di più il pensiero che lo studioso ci ha consegnato.
In attesa che finisca di ruminare Spinoza,gli chiediamo a quando una Fondazione Vattimo?
Si può fare senza "spese fisse"...






http://frame-frames.blogspot.it ha detto...

http://frame-frames.blogspot.it

Se il ‘pensiero debole’ non è stato un invito al disimpegno allora bisogna ancora confrontarsi con l'accademia che non va bene così com'è.
Vivere la prassi per Vattimo non sarà mai e solo vivere e giustamente il suo privato.
Il segno dei suoi studi è lì a farsi sentire.
Il professore certamente non può solo “contare i fili d'erba sapendo che è inutile, perchè non si arriverà mai a saperne il numero".
La ‘prassi è l'unica esperienza di pensiero concessa all'uomo contemporaneo?
”Qual é la narrazione che il filosofo sta cercando per descrivere la propria esperienza?”
Può bastare Eraclito che, scaldandosi vicino al fuoco, esclama “anche qui gli dei sono presenti” con o senza Spinoza? E' evidente che la prassi cui Vattimo si richiama, nell'intervista a Gnoli su La Repubblica del 23.06.2013, e la caritas esaltano ancora di più il pensiero che lo studioso ci ha consegnato.
In attesa che finisca di ruminare Spinoza,gli chiediamo a quando una Fondazione Vattimo?
Si può fare senza "spese fisse"...

Vincenzo Pisano ha detto...

Il Pensiero Debole contraddice se stesso allo stesso modo in cui lo fa la Scienza quando nega il Principio di Indeterminazione di Heisenberg e il Teorema di Bell. Dovremmo tutto dimostrare in una realtà spazio-temporale, ma a livello di fisica quantistica i conti non tornano più.
Dobbiamo superare la confusione tra spiritualità e religioni rivelate.
Queste ultime possono essere anche tutte false, quali prodotto di particolari civilizzazioni ai quattro angoli della Terra, secondo quello schema che fa sì che andando in una giungla della Papua-Nuova Guinea si trovi sempre un villaggio dove c'è il Re, lo Stregone e il Guerriero-Cacciatore. Troveremo lo Stregone ovunque, pure sulle isole dove si fanno "i culti del cargo", ma il teorema della dimostrazione dell'inesistenza di Dio è indimostrabile.
Possiamo sconfessare i dogmi cattolici e le credenze mussulmane. Possiamo negare le teorie buddiste e la storia di Adamo ed Eva nella Bibbia ebraica, ma non possiamo dimostrare che Dio non esiste.
Possiamo solo dimostrare che le credenze, ovvero le teorie teologiche, siano false, magari lasciando il campo libero ad altre, magari più divertenti e fantasiose.
Una società libera non ha bisogno di riforme religiose. Non c'è alcun Costantino che oggi abbia bisogno da un giorno all'altro di farci smettere di essere pagani per essere cristiani. Sono logiche di potere che sono inattuali, le stesse a cui Spinoza si ribellò.

Mauro Pastore ha detto...

Premetto che non sono cattolico e non mi appartengono gli obblighi propri della religione cattolica, dunque non mi si attribuiscano intenzioni e doveri non miei per quanto sto per affermare.
Dal ritrovamento di Dio nell'apice del dubbio, al riconoscimento di Dio nell'universo stesso, alla distinzione tra Dio e l'universo nella differenza spirito/materia: in questo percorso, segnato da Cartesio, Spinoza e Leibniz, non ci sarebbe occasione per nuovi ateismi, non fosse che a percorrere l'itinerario non fu una sola mente filosofica, ma tre. Così Spinoza e la sua opera si prestarono a interpretazioni atee, le quali alimentarono il fanatismo religioso. Concordo su una interpretazione che restituisca alla filosofia di Spinoza la sua sostanza autenticamente teologica. Spinoza smarrì il senso del dubbio iperbolico, d'altronde Cartesio aveva chiuso il proprio orizzonte alla natura: ne seguì un dramma tra fede e gnosi che Leibniz risolveva con monadologie e teodicee. La filosofia di Schopenhauer segnò la fine del causalismo e un superamento dell'etica spinoziana, ciò si riverberò nella fisica quando la meccanica quantistica si aggiunse alla teoria della relatività. Già Leibniz restituiva centralità all'arbitrio e alla libertà, Kierkegaard poi mostrava i limiti della libera scelta nei confronti delle realtà ultime, chiarendo la dipendenza dell'etica dalla mistica. Se Spinoza fosse partito da premesse politeiste, la sua sarebbe stata filosofia utile alla religione, ma era l'Uno il movente della sua spiritualità. La sua gnosi afferma l'onnipresenza di Dio ma affronta la questione della provvidenza di Dio, aprendo all'assolutismo filosofico, cui Leibniz oppose la necessità di ripensare i rapporti tra fede e ragione evidenziandone la natura antitetica nel paradosso della tragedia del mondo e della bontà di Dio. Tale tematica affrontò Kierkegaard nel rimproverare all'hegelismo d'aver sottoposto la dottrina alla sapienza, la filosofia alla scienza. In ciò la risposta alla problematica relativa al positivismo e ai bisogni religiosi, neppure Nietzsche ci era arrivato, dato che la scoperta delle figure complementari di Apollo e Dioniso si traduceva in una estetica filosofica oltre la quale l'assolutizzazione dell'elemento dionisiaco era tentativo impossibile a chiunque. Meno interessante anche la critica di Schopenhauer a buona parte delle religiosità occidentali, accusate di pretendere che la fede potesse tradursi in cosmologia, dato che le origini del filosofare sono nella spiritualità, dunque il filosofo deve porsi in questione per non cadere nel sofisma. Problema, questo, al quale la filosofia di Spinoza è addirittura soggetta.
Mauro Pastore.

Mauro Pastore ha detto...

Premesso nuovamente che non sono cattolico, dunque non mi pertengono gli obblighi della religione cattolica, proprio nessuno, voglio aggiungere altro al mio discorso. Dicevo che il pensiero dell'onnipresenza di Dio che trionfa nell'etica spinoziana non consente di occuparsi di questioni come quelle della Provvidenza, tranne che non si volesse ateisticamente tentare di affermare la superiorità morale dell'umanità su tutto il resto, pretesa che lo stesso Spinoza rifiutava. Da ciò dipende la non fondatezza della critica di Spinoza al mondo della fede. D'altronde l'affermazione dell'immanenza di Dio rendeva possibile un confronto serrato intorno alla tematica religiosa, (purtroppo) però offrendo più strumenti agli oppositori della religione che ai suoi sostenitori. Quindi l'errore di Freud di non considerare realmente esistente il vissuto religioso, svista che lo rendeva tra l'altro tremendamente e religiosamente fanatico, non trova nessuna diretta occasione nella filosofia di Spinoza. Una relazione la si potrebbe porre invece con la critica alla religione di Marx, dove a prevalere era in questo caso il sofisma. Se infatti si capisse cosa pensasse Marx dei valori cristiani e cosa pensasse della droga, si potrebbe tradurre così la sua nota affermazione della religione quale oppio dei popoli: la religione si basa sempre sulla spiritualità. L'esito della deriva cui condusse lo spinozismo fu proprio il gioco retorico, che solo in alcune fasi del pensiero di Nietzsche riuscì davvero filosofico. In questo caso perdeva però il veto sulla religione che invece molti filosofi negli ultimi secoli hanno solennemente conservato fino al sorgere dei quesiti dell'esistenzialismo. Fuori da questo approdo non vedo come si possa occuparsi di illusione positivista e di libertà religiosa senza perdere gli stessi termini del discorso. Limitando le questioni al logos, il cogito e l'amen (vi ricordo sibillinamente che la Weltanschauung fu preceduta dalla Qabbalà, così come la pizza lo fu dalla focaccia, anzi vi dirò di più, il cannocchiale esistette in Babilonia prima che in Toscana, con tutti i relativi prodigi di ottiche e visioni) non si potrebbe cavarne mai niente di buono.
Mauro Pastore

Calogero Mira ha detto...

Interessante questa recensione di "Un libro forgiato all'inferno" di Steven Nadler sul "Tractatus teologico-politicus" di Baruch Spinoza.

leo di leo ha detto...

il dio di spinoza non è una persona ma l'ordinene razionale del mondo così come a quei tempi si andava delineando secondo il modello matematico. si è liberi e quindi salvi dall'ignoranza nell'adeguarsi a tale ordine e nel conservarsi nella necessità del detto ordine che non ha un fine ultimo se non in se stesso. è per questo che nietzsche apprezzava Spinoza, l'olandese anticipava il suo "amor fati". nietzsche guardava però con maligno interesse anche a pascal: più conosco fisica e matematiche più non capisco ciò che ci sto a fare io in questo ordine, vero o falso che sia. la risposta non c'è se non come scommessa. alcuni per vivere hanno bisogno di una ragione, altri vogliono capire perchè alcune ragioni hanno più fortuna di altre. rohmer ci ha fatto un film su questa storia: il ginocchio di claire. al di la delle facili ironie il nostro paese avrebbe bisogno di più intelligenze libere e gioiose come quella del prof. Vattimo al quale auguro di proseguire nella sua speculazione e militanza.

Anonimo ha detto...

Questo articolo è quasi una ammissione di ateismo o di uso strumentale, pragmatista della religione. Spinoza era, stando a quanto, un pragmatista. Rorty, Putnam, realismo interno... Machiavellismo, psicanalisi (bisogno insopprimibile di religione)... Fariseismo...

Vattimo:
«Gli atei vogliono che il credente abbandoni la sua fede perché essa è contraria alla verità della scienza. Ma proprio Spinoza insegna che la questione della religione non ha niente, o quasi, a che fare con la verità.»
Pragmatismo.

«Con argomenti che leggiamo anche in Nietzsche[...] non devi fingere ragioni cogenti quando abbandoni una credenza, giacché non avevi ragioni simili quando l’hai abbracciata.»
Strumentalismo.

Paola Trombetti ha detto...


Signor Anonimo: Troppo spesso i maggiori tiranni, persecutori liberticidi e assassini sono stati, a volte lo sono tutt'oggi, convinti di agire in nome della "verità", quasi sempre hanno giustificato la loro violenza asserendo di avere delle "ragioni cogenti" per esercitarla. La stessa parola "cogente" ha un'origine violenta e autoritaria: viene dal verbo latino "cògere" che vuol dire costringere.

Anonimo ha detto...

a Paola Trombetti

Avere come ragione cogente una verità non cogente non diminuisce la eventuale cogenza/violenza dell'azione. Anzi. La mancanza di verità non impedisce ai "ragionatori" senza cogenza di giustificare in qualsiasi modo le loro scelte. Inevitabile sbocco di questa prassi: la democrazia diretta, il magma delle idee insignificanti sotto l'unico dio rimasto: il voto. L'irrazionale (la pseudocultura di massa, affidatasi all'autorevolezza delle opinioni di eminenti irrazionalisti) al potere.

Paola Trombetti ha detto...

Anche il confronto tra chi come me non teme il nietzscheano precipitare dell'uomo "dal centro verso la x", e chi, come lei pensa che sia molto più rassicurante rimanervi saldamente ancorati anche se per mezzo di una catena o di chiodi, rappresenta uno dei modi in cui la verità accade nel nostro orizzonte storico. Sia lei che io probabilmente pensiamo di avere dei buoni motivi per sostenere tali idee contrapposte, ma "buoni motivi" non è la stessa cosa di "motivi cogenti", tanto meno principî primi dalla validità universale.

Anonimo ha detto...

Se ritiene che il fatto che qui si discuta di visioni contrapposte sia un fatto di maggiore libertà non la seguo. Se ad esempio il fatto che qui si discuta tende a farle credere che senza l'evidenza di questa e altre simili discussioni, che senza l'evidenza di ciò che “accade” ai protagonisti apparenti (non più le verità cogenti) su questa scena particolare del “nostro orizzonte storico” il confronto non sarebbe altrimenti o altrettanto libero o forse nemmeno possibile, ciò significa soltanto che questo mezzo e questo modo di discutere, “nel nostro orizzonte storico", sono più cogenti dei loro utilizzatori e delle loro opinioni, sono la logica ferrea, la catena che li fa esistere. Lo scopo (i suoi “buoni motivi”) di discutere o professare le sue opinioni non condizionerà minimamente il mezzo e il modo attraverso cui ora le discute o professa: ne è invece condizionato, illudendola circa la possibilità, attraverso essi, di essere più libera e influente (esercitare un qualche tipo di influenza è già lo scopo, il motivo del discutere). La possibilità di discutere, universalmente precede il mezzo, il modo, l'oggetto opinabile di discussione e gli attori della discussione, ma è una possibilità universalmente reale solo al di fuori delle possibilità mediate dagli strumenti, che libererebbero, potenziandole, le opinioni “nel nostro orizzonte storico”: è universalmente reale solo dove le opinioni contano più degli strumenti e meno della realtà oggettiva e soggettiva di chi le discute, è universalmente reale solo dove le opinioni e i mezzi per professarle non annullano la realtà, annullando la possibilità stessa di dimostrare o semplicenmente di essere la propria realtà, la sola in cui è universalmente possibile discutere senza dipendere dal mezzo di potenziamento dell'opinione. Se tutto “accade” attraverso un mezzo di comunicazione che libera le opinioni, ciò che si comunica, la realtà, può essere solo “opinione”. Inizialmente sarà quella opinione che sarà più influente attraverso di esso come accade con la televisione. Ma se il mezzo è usato per rendere più influenti le opinioni in quanto tali, come “accade” con internet, rinunciando al confronto con la realtà, considerata irrilevante perché una certa filosofia dice che solo le opinioni esistono, o viene regolato perché funzioni in questo modo, al servizio di questa filosofia, allora ancora di più. Ci si avvia verso la dittatura dell'Opinione.
Forse...
la fine della libertà di opinione vi aspetta là, oltre questo orizzonte storico (orizzonte “x”), dove vi accorgerete che l'Opinione, inverata, in quanto sarà l'Unica Rimasta, l'Ultimo Residuo Interpretativo (“X”), dato che le altre saranno state smascherate come “sedicenti verità”, fungerà da orizzonte. L'unico orizzonte rimasto. Gli altri, i possibili, saranno tutte “verità” negate. Se l'ermeneutica-opinione in quanto tale sarà l'unica verità essa dovrà comunque fungere da verità-strumentale: essendo l'uomo per natura credente. Non sarà pertanto opinione in quanto opinione, in quanto “orizzonte storico” sarà “Opinione di Fede”. Non potendo nemmeno chiamarla “verità minuscola” (per non cadere in contraddizione) sarà sostenuta attraverso la religione. Non una religione-verità con una verità di fede, ma una religione liberata da ogni pseudo-verità, Pura Fede Razionale. Ecco l'utilità di tornare a Spinoza. Se non sarà un autoinganno sarà comunque un inganno perpetrato. Tra filosofi ci si intende ma la "religione filosofica" e i suoi "buoni motivi", per diventare strumento utile, dovranno strumentalizzare (ingannandola) la fede di ingenui credenti, che concederanno al laico illuminato un ruolo da svolgere nella ridefinizione proprio degli stessi "principi primi dalla validità universale", la cui universalità o verità è condizione della loro fede.

Paola Trombetti ha detto...

Quella che lei chiama la "realtà oggettiva e soggettiva di chi discute le opinioni" chi dovrebbe conoscerla, detenerla e comunicarla? forse un'auctoritas politica sotto la specie di un'équipe di tecnici, o magari la conferenza episcopale attraverso i suoi araldi mediatici? (guarda caso le parole "autoritario e "autorevole" hanno la stessa radice), molto probabilmente quella che lei chiama "realtà oggettiva e soggettiva" è soltanto l'opinione del più forte. Preferisco mille volte quella che lei definicse "la dittatura delle opinioni" alla dittatura del pensiero unico, ritengo che nella nostra epoca quest'ultimo rischio ci riguardi molto più da vicino, mi spingo ancora oltre e dico che non è più soltanto un rischio ma è gia una deriva in atto. Preferisco mille volte quello che Hegel chiamava il "carnevale dossografico delle opinioni" all'idea di una storia "provvidenziale" che va col pilota utomatico, che si fa da sola, che dà sempre ragione al più forte del momento e dissemina il suo cammino di rovine senza nome. Da ultimo le ricordo che anche lei si sta servendo di quello strumento di perdizione che è la rete.

Anonimo ha detto...

Per avere una opinione lei deve prima esistere e perché qualcun'altro la ascolti quella persona deve esistere. La realtà oggettiva e soggettiva sono le persone e tutto ciò che le fa esistere così come sono (non però ciò che tende a non farle esistere e che magari utilizzano per necessità) Molte opinioni tendono spesso a trascurare questo dettaglio. Pretendono di insegnare alle persone quello che loro stesse sono, negando la loro realtà o la realtà di quello che loro pensano. Io non ho parlato dell'autorità ma del potere (diritto) delle opinioni, un diritto che contraddice la realtà quando riduce gli altri a sé e contraddice sé stesso quando ne fa "l'unica realtà che tutti devono conoscere". L'assolutezza del relativo. Ma non intendo negarle questo diritto/potere auspicando una autorità. Lo nego con le argomentazioni. La sua preoccupazione per l'autorità indica che per lei è pacifico che qualcuno debba comandare. Opinione significa autorità sul proprio pensiero. Perché, se lei hai le sue opinioni, ti fai comandare da opinioni diverse dalle sue? perché prima si è messa d'accordo con lui.
Ma qualcun'altro potrebbe non essere d'accordo con voi due. Allora va bene la farsa de i più tanti hanno ragione? Si sacrifica quello che è in minoranza. Lo si lascia esprimere opinioni ma non partecipare dell'autorità?
"Da ultimo" deduce immediatamente dall'uso l'usabilità del mezzo, dall'uso occasionale, casuale o arbitrario, la necessità vitale e dalla eventuale necessità obbligata la migliore delle scelte possibili. C'è un bellissimo parco dove abito, in estate non si può arrivare in macchina perché c'è l'obbligo del bus-navetta. Per i miei scopi internet è utile come è utile il bus navetta quando voglio recarmi al parco in estate. Ora grazie a lei so che quella spiacevole trovata pensata per il turismo è implicitamente approvata dall'uso che ne faccio.

Foglio Spinoziano ha detto...

Un bellissimo articolo. Per la rinascita del pensiero spinoziano in Italia: www.fogliospinoziano.it, www.fogliospinoziano.com

cromo3 ha detto...

Ho però letto un articolo di Nadler in cui affermava con sicurezza che Spinoza fosse ateo.

MAURO PASTORE ha detto...

Tal "leo di leo" dice di un dio di Spinoza. L'Etica di Spinoza è un trattato senza personalismi dove non si trovano negazioni di veri dogmi e neppure del Dio personale dei monoteismi. Vi era introdotto l'Assolutamente Infinito sin dal principio con un parallelismo filologico tra teologia e filosofia, affermando identità tra l'Iddio delle religioni e la sua intuizione filosofica dell'Assolutamente Infinito. Ciò non confuta il monoteismo. Inquadrò l'oggetto filosofico corrispettivo del Dio religioso secondo nozione di fatto logico-matematica. In quei tempi stava per iniziare la vicenda scientifica dei calcoli infinitesimali, che tecnicamente fu la base della teoria, ad opera di Newton, sulla gravitazione. L'Infinitesimo si basa tecnicamente sulla tesi scientifica dell'Innumerabile, che non è tesi controvertibile ma ipotesi nulla e quindi dotata di indubbio valore teorico. Nel Medio Evo cristiano gli innumerabili erano definiti anche quali caratteristici modi di manifestazione divina. Certo però che cosmologicamente essi sarebbero il corrispettivo degli aldilà religiosi e di fatto lo sono nel pensiero metafisico. Aldilà e Divinità per il teologo sono distinti nettamente, il metafisico riceve la manifestazione misteriosa dell'ulteriorità ma in tale itinerario conoscitivo non può definire il Mistero con il metaforico eppure necessitato termine di "Dio", restandogli comparazione e riflessione eventuali! Della Etica redatta da Spinoza restano i vari possibili usi e differenti considerazioni possibili. Baruch Spinoza proveniva da cultura monoteista. Rimase però impelagato nel circolo chiuso delle rivelazioni della Gnosi, per questo il suo operato fu occasione per il panteismo. La politica filosofica di Spinoza fu tanto ambiziosa e temeraria quanto poco facoltosa e fece bene Leibniz a porci il proprio "corollario". Spinoza si era religiosamente convinto che il Nuovo Testamento fosse tramite ispirato per una Rivelazione, si raccontò che a questa non fece seguire alcuna fede precisa ma che avesse manifestato incrollabile fede in Dio prima di morire. Aveva messo in luce la fallacia del culto del capo carismatico Gesù di Nazareth, ridicolizzandone i fanatici che non intendevano la ragione di cercare la salvezza da Dio nell'infinità e dallo stesso suo enigma. La sua lotta contro le superstizioni era invece limitata dalle obiezioni dei panteisti, alle cui erronee convinzioni Spinoza poteva opporre scetticismo e nulla più.
MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

Tal "Anonimo" non ha ben chiara la distinzione tra il sapere e la conoscenza perché confonde descrizioni antropologiche e psicologiche con valori politici e di saggezza. Il pragmatismo distingue fedi da credenze e distingue vari tipi di fedi e vari tipi di credenze. Lo stato penoso di parte del mondo religioso occidentale, in verità adesso forse non più la maggior parte, non è adatto per trovarvi metri di paragone ed il linguaggio delle masse non è adatto a molte distinzioni necessarie. Da buone premesse umanistiche oppure antropologiche, da opportune considerazioni sull'anima o da esatti presupposti psicologici, si ottiene comprensione o si deduce che la ragione in quanto pensiero riflessivo dipende dalle azioni impulsive dei momenti cruciali della vita ed in quanto facoltà della mente è sottoposta alle intuizioni dirette senza le quali non potrebbe usarsi nessuna ragione. Siamo fatti così noi tutti esseri umani e si può definirlo in parole; a ciò si aggiunga il dato di fatto dei limiti della conoscenza umana nell'universo e della esperienza dei misteri naturali e del mistero della vita, oggetti cui introducono rispettivamente nell'ordine i miti ed il rito, espressioni e manifestazioni delle sole intuizioni senza affermazioni di verità e delle scelte emotive inspiegabili razionalmente ma necessarie per vivere e continuare a vivere; e tale dato è aperto ad antropologi, umanisti, psicologi, pensatori, anche senza alcuna filosofia. Non è giusto agire contro il pragmatismo e lo strumentalismo senza riferirsi a tal dato. Filosoficamente il pragmatismo lo fa valere in considerazione di necessità culturali, politiche, civili; allora nei relativi scontri viene criticato da coloro che rifiutano cultura piena, politica importante, civiltà libera; lo strumentalismo è una filosofia pragmatica che si occupa di cose meno grandi ma non meno importanti per la vita: la necessità particolare di unire le conoscenze e le saggezze ai metodi ed alle tecniche. Lo strumentalismo che si attribuisce all'utilitarismo non è a onor del vero un pragmatismo autentico e non è da definirsi strumentalismo filosofico, infatti l'utilità non basta per i bisogni fondamentali e non fondamentali della vita! Senza questi rispetti e riguardi non si può lottare contro le dittature delle opinioni che funestano le democrazie ed altre forme politiche anche, che non sono fatte per esser guidate né determinate da opinioni ma da saperi!
MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

Ciò che ho detto nel mio ultimo messaggio non va confuso con la negazione al diritto di opinione. Preciso una ovvietà perché proprio tale ovvietà è negata da sofisti raffinati e senza scrupoli dotati anche di capacità di gravi seduzioni che astutamente usano per confondere dibattiti, diatribe, discussioni, discorsi.
MAURO PASTORE